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Quando il razzismo sporca il calcio

Insulti pesanti ai giocatori, di colore o meno, e odio tra tifoserie sono segnali da non sottovalutare. Anche perché i "piccoli" imparano.
Striscione contro il razzismo prima di una partita tra Germania e Argentina
di Luca Pozza

 

Una vera e propria piaga del calcio mondiale, che ancora oggi non è stata debellata del tutto dentro e fuori dagli stadi: il razzismo.

Un problema tornato di attualità in Italia in Inter-Napoli dello scorso 26 dicembre, durante la quale il difensore campano Koulibaly è stato preso di mira con cori razzisti da una parte di tifosi nerazzurri: un match che sarà ricordato anche per la vicenda dell’ultrà morto (investito da un’auto che è poi scappata) fuori da San Siro. A conferma che anche la violenza degli stadi continua a rimanere un problema latente, ben lontano dall’essere stato risolto.

I “buuu” contro Koulibaly non rappresentano il primo episodio avvenuto nel calcio italiano e, temiamo, non sarà nemmeno l’ultimo. Nelle settimane successive l’argomento è diventato di dominio pubblico, coinvolgendo non solo giornalisti e commentatori calcistici, ma anche opinionisti, sociologi e coloro che solitamente non si occupano di sport. Su un concetto tutti sembrano essere d’accordo: il razzismo non è un problema esclusivo del mondo del pallone, né può essere solo il calcio la leva su cui si può spingere per superarlo. È piuttosto un problema della società e della politica, che non deve e non può essere sottovalutato. Un brutto fatto ha riguardato anche il calcio dilettantistico berico, risalente a Domenica 6 gennaio a Marola di Torri di Quartesolo, durante la partita Prix-Montebello di Prima Categoria, terminata con il punteggio di 4-1 per gli ospiti. Nell’occasione si sarebbero ascoltati cori razzisti e insulti verso i meridionali, con alcuni bambini presenti al campo che si sarebbero aggiunti ai cori di scherno contro i napoletani. Alla fine l’arbitro ha dichiarato di aver sentito, ma poi nel referto non ha scritto nulla e il giudice Figc non ha preso provvedimenti. Sulla vicenda ha indagato la Polizia di Vicenza, in particolare la Digos, che ha sentito diversi testimoni, ma poi ha chiuso il caso ritenendo di non poter procedere: è infatti emerso che i cori anti Napoli ci sono stati, ma le frasi gridate non rappresentano una discriminazione territoriale. Il caso è stato chiuso nei giorni scorsi: alla fine non verrà inviata nessuna segnalazione alla Procura e non sarà emesso alcun Daspo, i divieti di accedere a manifestazioni sportive. Rimane un episodio da condannare, soprattutto se, come è stato accertato, sono stati coinvolti dei ragazzini. Un segnale da non sottovalutare visto il rischio per i minori di casi di emulazione nel “copiare i grandi”. Quello avvenuto all’inizio di quest’anno a Marola non è l’unico episodio verificatosi nel Vicentino, che tuttavia non registra casi clamorosi di razzismo in campo: questi non devono essere confusi con episodi di insulti e comportamenti scorretti (sempre deplorevoli, sia chiaro …) che avvengono tra giocatori, al di là della nazionalità o colore della pelle, nelle partite di calcio.

Sul tema del razzismo interviene da Vicenza, dove da sempre si trova la sede nazionale, Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, che nel 2018 ha festeggiato il mezzo secolo di storia, essendo stata fondata nel 1968, dall’avvocato bassanese Sergio Campana e da altri campioni di quei tempi. «L’Assocalciatori – tiene a precisare Tommasi, che risiede con la famiglia nel Veronese – è attenta e conscia di questo problema, così come quello della violenza negli stadi. Abbiamo condannato in maniera decisa i fatti avvenuti all’interno dello stadio di Milano. Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere una questione che non riguarda solo il nostro mondo. Io non ero a San Siro, ma se la panchina del Napoli ha sollecitato più di una volta ad intervenire, la partita andava fermata come già accaduto in passato».

Al presidente Tommasi abbiamo chiesto come si può risolvere il problema. «In generale – il suo parere – bisogna capire come individuare i diretti responsabili, senza penalizzare la maggioranza dei tifosi, per questo serve una prova di coraggio e di forza. Noi siamo da sempre vicini al tema, ma ci deve essere un confronto per capire la modalità migliore con cui intervenire. I proclami e gli annunci vanno bene, ma serve qualcosa di più incisivo. Chi lo risolve questo problema?

Nel momento in cui si può espellere dallo stadio un tifoso che è stato individuato, credo che questo sia uno strumento da utilizzare, ma per farlo c’è bisogno anche della collaborazione delle forze dell’ordine».

«Sui fatti di Milano, giusto per parlare della violenza degli stadi – conclude Tommasi – a me preoccupa che ci siano tifosi del Nizza o di altri colori che vengano a fare il tifo contro una squadra italiana. Mi inquieta aver saputo che la persona morta fosse un tifoso del Varese, mi preoccupa che ci sia questa organizzazione che va oltre il campo. Dobbiamo proporre uno sport con tanti valori positivi. Se vogliamo migliorare lo spettacolo le scelte devono andare nella sola direzione di rendere il clima più positivo e meno denigratorio. Siamo tutti sulla stessa posizione, non vogliamo vivere in una situazione simile».

Daminano Tommasi