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I quindici giorni che hanno cambiato la storia del papato

di M. Michela Nicolais

Immerso nella preghiera per testimoniare che “salire al monte” non è una ritirata o una fuga, ma un modo diverso per servire Dio, la Chiesa e il successore di Pietro. È l’immagine che connota Benedetto XVI a partire dall’11 febbraio 2013, data che per la prima volta nella storia della Chiesa ha introdotto la figura del Papa emerito – non ancora messa a punto dal diritto canonico – grazie alla sua decisione senza precedenti in questo secolo di rinunciare al pontificato. I quindici giorni intercorsi dall’annuncio delle dimissioni alla cessazione dell’esercizio del ministero petrino, con l’elicottero che dal Vaticano lo ha condotto nelle Ville Pontificie, restano incise nella memoria di tutti, per il loro contenuto altamente simbolica. Ad annunciare e spiegare i motivi della sua rinuncia è stato lui stesso, durante il Concistoro, con queste parole: “Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”. Poco prima, l’allora Papa Benedetto XVI aveva osservato: “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. Poi, alle 20 del 28 febbraio, la chiusura del cancello della Villa pontificia di Castel Gandolfo e l’inizio della “sede vacante”, che si è conclusa il 13 marzo con l’elezione di Papa Francesco.
“Vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, lavorare per il bene comune della Chiesa e dell’umanità”. Sono le ultime parole pronunciate da Benedetto XVI, dopo che i cancelli della Villa pontificia di Castel Gandolfo, alle ore 20 del 28 febbraio 2013, si sono chiusi. Da quel momento, il Papa emerito ha continuato ad essere presente nella vita della Chiesa con la preghiera, il silenzio, la mitezza e la discrezione che hanno caratterizzato le sue giornate al monastero “Mater Ecclesiae”. A pochi passi dal suo successore, a cui – senza ancora conoscerne il nome – aveva promesso “incondizionata reverenza ed obbedienza”. Con la scelta di vivere “nascosto al mondo”, dopo la rinuncia al soglio di Pietro, Benedetto ha fatto della preghiera la cifra del suo servizio nella Chiesa.

“Ho l’impressione che viva immerso nella preghiera”, ha rivelato Peter Seewald speigando come sia arrivato alla stesura di “Ultime conversazioni”, il libro in cui Benedetto XVI racconta all’autore con accenti molto intimi il suo “secondo tempo”, dopo essere stato per otto anni al timone della barca di Pietro. I tratti più conosciuti del percorso di avvicinamento alla rinuncia sono sicuramente i giorni che hanno fatto seguito all’annuncio. L’ultimo Angelus, il 24 febbraio 2013, è incentrato proprio sul “primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo”. Nel penultimo momento pubblico da Papa regnante, l’invito è quello a dare il giusto tempo alla preghiera, che non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni:

“Il Signore mi chiama a salire sul monte, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.

Non una ritirata o una fuga, quella del Papa tedesco, ma una lezione di realismo cristiano dalla cattedra dell’umiltà di chi, con il setaccio della fede, sa vagliare con serenità i propri limiti per poi abbandonarsi con gioia fiduciosa alla volontà del Padre. A scanso di equivoci, Benedetto lo spiega ancora una volta il 27 febbraio 2013. Per l’ultima udienza generale, scandita dagli applausi, in piazza San Pietro ci sono 150mila persone a salutarlo. “Ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene ma per il bene della Chiesa”.
La preghiera non è un vuoto: in un’epoca come la nostra, in cui siamo tentati di riempire tutti gli spazi, Benedetto – con le parole pronunciate durante la sua ultima Pasqua pubblica, nella Messa delle Ceneri celebrata eccezionalmente a San Pietro invece che a Santa Sabina – spiega come la vera ricompensa, per il cristiano, sia “ritornare a Dio con tutto il cuore”. La preghiera silenziosa che ha continuato a risuonare da quel Monastero, grazie alla testimonianza di Joseph Ratzinger, è la prova che
“il vero discepolo non serve se stesso o il pubblico, ma il Signore, nella semplicità e nella generosità”.