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Questo affare è una bomba

di Andrea Frison

Nel 2017 l’Italia ha venduto armi pesanti e armi leggere ai Governi di 86 Paesi, praticamente la metà dei 193 Stati sovrani riconosciuti dall’Onu. La cifra record, visto che nel 2016 i “clienti” erano stati 82 e nel 2015 72, è stata resa nota al Parlamento con la Relazione governativa sull’export italiano di armamaenti, prevista dalla legge 185/90.

Chi vende

A venderle sono le aziende che hanno ottenuto l’autorizzazione sul commercio di materiali di armamento rilasciate dall’Uama (Unità autorizzazioni materiali armamento), autorità nazionale incardinata nel Ministero degli Esteri. «Se i destinatari delle commesse sono Paesi Ue o Nato, non ci sono problemi, anche sulla Turchia un po’ di attenzione c’è – spiega Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente su armi e sistemi di difesa (Opal) di Brescia -. Nel caso i destinatari fossero Paesi al di fuori di queste alleanze, allora è necessario il parere del Ministero della Difesa. Senza autorizzazione, le aziende non potrebbero stipulare nessun contratto». Tutto questo riguarda i casi in cui gli acquirenti sono enti governativi (polizia o esercito). Nel caso in cui i clienti fossero realtà private, come agenzie di sicurezza, «l’autorizzazione alla vendita viene rilasciata dai questori, come previsto dalla legge 110/75 – spiega ancora Beretta -. Il che può creare situazioni di gravi ambiguità».

Chi compra

I primi 12 Paesi destinatari sono Qatar, Regno Unito (entrambi con autorizzazioni maggiori di 1,5 miliardi di euro) seguiti da Germania, Spagna, Usa, Turchia, Francia (totale autorizzazioni tra 250 milioni e 1 miliardo di euro) per poi trovare Kenya, Polonia, Pakistan, Algeria e Canada (tra 150 e 250 milioni di euro). L’Agenzia delle Dogane attesta sui 2,7 miliardi di euro le vendite ed esportazioni definitive, in linea con i 2,8 miliardi del 2016 e probabilmente quota standard consolidata di export annuale per la nostra industria (controvalore destinato probabilmente a crescere nei prossimi anni, viste le recenti consistenti commesse per sistemi d’arma complessi).

I Paesi non appartenenti alla Ue o alla Nato sono destinatari del 57% del valore di autorizzazioni rilasciate nel corso del 2017 (circa 48% per i soli Paesi del Medio Oriente e Nord Africa), continuando una tendenza che ha visto sal ire significativamente tale quota (storicamente attorno al 45% nel precedente decennio) già dal 2016. “Il risultato è evidente – commenta la Rete -: gl i affari del l’industria a produzione militare italiana si indirizzano sempre di più al di fuori dei contesti di alleanze internazionali dell’Italia verso le aree più problematiche del mondo”.

Clienti “dubbi” «Tra gli acquirenti delle armi prodotte in Italia compare il Qatar indicato da molti Paesi arabi, Arabia Saudita in testa, come paese sostenitore del terrorismo internazionale e analogamente accusato anche dal governo statunitense di Trump. Ma noi riforniamo tranquillamente anche chi lo critica… – sottolinea Maurizio Simoncelli vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo -. Si notano inoltre esportazioni verso Paesi come la Turchia, dove preoccupa fortemente il potenziamento del regime autoritario di Erdogan e l’azione militare intrapresa in Siria contro i curdi. Proseguono poi le esportazioni di armamenti verso l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti: tutti paesi impegnati nella sanguinosa guerra in corso in Yemen ».

Il giro d’affari

Secondo la relazione del Governo nel 2017, peril secondo anno consecutivo, le autorizzazioni rilasciate dall’Uama hanno superato i 10 miliardi di euro. Il calo – commenta in una nota la Rete italiana per il disarmo – “è di circa il 35% rispettoal 2016 (record storico grazie alla mega commessa di aerei per il Kuwait), ma la presenza della commessa navale per il Qatar garantisce comunque un +35% rispetto al 2015, mentre rispetto al 2014 le licenze sonoquadruplicate”. In termini

di valore economico, ad allarmare la Rete per il disarmo riguarda le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1300% e attestatesi sull’enorme valore di 531 milioni di euro. “Si tratta davvero di numeri rilevanti e che destano qualche preoccupata domanda – sostiene la Rete -, soprattuto considerando i Paesi destinatari collegati”. Dalle Tabelle ufficiali Governative si può desumere come Mbda Italia abbia richiesto licenza di “intermediazione” per 178 milioni di euro relativamente ai missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l’intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri) e Leonardo per 171 milioni a riguardo dei caccia Eurofighter verso il Kuwait. “Chiarire specificamente a cosa si riferiscano tali cifre – sostiene la Rete – è cruciale per ottenere la giusta trasparenza in un mercato, quello degli armamenti, ai vertici delle classifiche di corruzione internazionale secondo tutte le stime. Nella Relazione si sottolinea inoltre una crescita delle ispezioni condotte da Uama nei confronti delle aziende, raddoppiate nel 2017 ma giunte solo all’esigua cifra di 12 (e per le quali peraltro non vengono riportate nemmeno in maniera aggregata le risultanze, con eventuali sanzioni o prescrizioni)”.

Il caso Arabia Saudita

«Particolarmente grave e preoccupante – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche si Sicurezza e Difesa (Opal) –, è soprattutto il protrarsi delle forniture di munizionamento e di sistemi militari alla monarchia saudita. Nonostante tre risoluzioni del Parlamento europeo abbiano infatti ribadito la necessità di imporre un embargo sugli armamenti nei confronti dell’Arabia Saudita, in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario nell’ambito del conflitto in corso in Yemen, sono state autorizzate nuove esportazioni per un valore di circa 52 milioni di euro».

In particolare, ai sauditi verranno fornite quasi 20mila bombe aree del tipo Mk derivante da licenze del valore di 411 milioni di euro prodotte da Rwm Italia. «Si tratta della più grande commessa in Italia dal dopoguerra – commenta Beretta -, che da sola è in grado di saturare la produzione annuale massima dell’azienda ». Fornitura che ha un grande valore commerciale per il nostro Paese: «Interromperla significherebbe mettere in dubbio tutta un’altra serie di accordi – continua Beretta -. Paesi come la Germania, però, hanno comunque rispettato le direttive del Parlamento, interrompendo le forniture di armi ma ripiegando su altri sistemi tecnologici avanzati. Questo dimostra che, se si vuole, gli affari si possono fare lo stesso. Con la schiena dritta ».

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