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In Terra Santa il cammino verso la Pasqua ha il sapore delle origini

di Francesco Patton, custode di Terra Santa
Francesco Patton

Vivere la quaresima in Terra Santa ha un significato e un sapore particolare da tanti punti di vista.
Anzitutto il punto di vista di quella che i santi papi Paolo VI e Giovanni Paolo II chiamavano la geografia della salvezza. Qui i testi liturgici ed evangelici che caratterizzano le domeniche di quaresima e poi della Settimana Santa richiamano immediatamente luoghi concreti. Il deserto e il monte delle tentazioni sono a mezz’ora da Gerusalemme. Il luogo della trasfigurazione è identificato con il monte Tabor, in Galilea. Così pure gli eventi di cronaca nera richiamati da Gesù per invitare a conversione sono qui da qualche parte nei resti archeologici della Città Vecchia e lo stesso si può dire del cortile del Tempio in cui Gesù emise la famosa sentenza che salva la vita all’adultera: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. La Settimana Santa poi ci fa camminare da Betfage a Gerusalemme insieme a Gesù, ci riporta poi a Betania, ci fa sostare nei vari luoghi di Gerusalemme: il Dominus Flevit dove Gesù piange sulla Città Santa, il Cenacolo, il Getsemani, il santuario della Condanna e della Flagellazione, la Via Dolorosa (prototipo di ogni Via Crucis), il Golgota e il Santo Sepolcro.
La fisicità di questi luoghi e gli spostamenti richiesti per passare dall’uno all’altro ci ricordano che la vita cristiana è cammino, cammino concreto, cammino sulle orme di Gesù, cammino di conversione che ci costringe ad alleggerire sempre più il peso che ci portiamo dietro per poter seguire il Maestro sulla via del dono di sé.
Qui poi la quaresima ci fa respirare anche una dimensione ecumenica che ci aiuta a recuperare certi aspetti che in Occidente sono venuti meno. Ne evidenzio due: la dimensione del vegliare in preghiera e la dimensione del digiuno. A Gerusalemme, e in modo tutto speciale al Santo Sepolcro (ma non solo) la quaresima è caratterizzata anche dal vegliare in preghiera. La notte tra il sabato e la domenica diventa una costante celebrazione della veglia pasquale, la preghiera si prolunga, e il senso della quaresima (che è appunto un cammino verso la Pasqua) si concentra e si condensa in ogni vigilia, sperimentando la fatica del rimanere svegli a pregare in attesa dell’incontro con Gesù Risorto, con colui che ha vinto la morte.
La notte non è più semplicemente il tempo in cui le tenebre vincono, non è più la celebrazione dello sballo, ma diventa il tempo in cui la luce delle candele vince l’oscurità delle tenebre, i canti e le preghiere infrangono il silenzio della morte e il profumo dell’incenso ci ricorda che l’amore è più forte anche della morte.
Qui si recupera in modo molto forte anche il senso e il valore del digiuno. I nostri fratelli Orientali, in questo, sono molto più radicali di noi Occidentali. Per tutto il tempo della quaresima essi praticano una forma di digiuno che li porta ad astenersi ogni giorno da tutto ciò che è derivato animale (carne e suoi derivati, uova, latte e suoi derivati, grassi animali…). Ovviamente il digiuno quaresimale è modellato sul digiuno di quaranta giorni praticato dallo stesso Gesù nel deserto, secondo i racconti evangelici, e diventa un modo per ritornare all’essenziale, per ritornare appunto nel deserto dove lasciarsi purificare da Dio e dove imparare ad aver fame e nutrirsi della Parola di Dio. Questa insistenza orientale sul digiuno (che pure i Musulmani praticano durante il mese di Ramadan e gli Ebrei in occasione di alcune festività religiose e nazionali) ricorda comunque a ciascuno di noi la necessità di educare noi stessi ad essere liberi di fronte ai tanti bisogni che abbiamo (fisici e sociali, naturali e artificiali) e a maggior ragione nel contesto di una società improntata alla cultura del consumo e dello scarto. Come ogni proposta evangelica, anche questa va naturalmente attualizzata e personalizzata perché ciascuno di noi ha delle dipendenze da superare e delle schiavitù dalle quali essere liberato. Ma anche il condividere una stessa pratica è importante, perché diventa un sostenersi a vicenda in questo cammino di liberazione e di purificazione che Gesù ci propone, per farci crescere nella capacità di amare fino al dono di sé, per condurci a un morire che contiene già il germe della risurrezione, che è il cuore della Pasqua.
In Terra Santa poi il cammino quaresimale verso la Pasqua ha sempre il sapore delle origini. Era una comunità piccola, ed anche molto fragile, quella che accompagnava Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme, talmente piccola e fragile che sotto la croce rimarranno a fargli compagnia solo sua Madre, il discepolo amato, Maria di Magdala e Maria di Cleofa. Piccola e fragile continua ad essere la nostra presenza cristiana in questa Terra Santa dalla quale ancora molti continuano a partire perché non comprendono il valore, la vocazione e la missione di essere oggi cristiani in Terra Santa; ma dalla quale molti ancora partono perché fanno fatica ad intravedere qui un futuro per le proprie famiglie e per i propri figli, senza sapere che l’aridità spirituale dell’Occidente spesso sognato, è per certi aspetti ancora più difficile da affrontare. Qui la stessa Via Crucis tra le strade della Città Vecchia diventa insieme un potente richiamo alla prima Via Crucis, quella percorsa da Gesù tra il chiasso e l’indifferenza, e un simbolo dell’esistenza cristiana nel mondo contemporaneo, che è un camminare sulle orme di Gesù, che va a dare la vita per un mondo e per una umanità in cui sembra prevalere la distrazione continua e la globalizzazione dell’indifferenza. Eppure una comunità di discepoli, anche se pochi e fragili, che seguono Gesù sulla via del dono di sé, in compagnia di Maria e del discepolo amato, è già seme e profezia di risurrezione: di un mondo nuovo, di una civiltà nuova, di una umanità nuova.