Diocesi
Vita consacrata

Da Beira (Mozambico) a Breganze Suor Fatima, prima Orsolina africana

Abbiamo incontrato la religiosa, 35 anni, che il 15 agosto ha celebrato la professione perpetua.
di Lauro Paoletto

Suor Fátima Amélia Gonzaga, 35 anni, a metà agosto con la professione perpetua è diventata la prima orsolina non solo mozambicana ma anche africana. Domenica scorsa ha celebrato nella chiesa di Breganze (parrocchia dove presta servizio e che la neo-orsolina non esita a definire “stupenda”) il suo grazie per il suo “Sì” per sempre celebrato questa estate a Beira. Ora sta ultimando degli studi e poi tornerà in Mozambico.

La giovane religiosa, infermiera professionale, è venuta a trovarci in redazione con suor Maria Luisa Bertuzzo, superiora generale delle Orsoline e con suor Federica Cacciavillani, segretaria della congregazione nonché testimone di suor Fatima. È stata l’occasione per conoscere da vicino la storia della giovane mozambicana e cogliere il significato di questa prima vocazione religiosa africana per le suore Orsoline.

«Per la mia scelta di entrare nella congregazione delle Orsoline, è stata decisiva l’esperienza che ho avuto all’università Cattolica di Beira con le suore che lavorano lì» racconta.

Suor Fatima

Che cosa l’ha colpita in modo particolare delle Orsoline impegnate nell’Università Cattolica di Beira?

«Come si impegnavano soprattutto con noi donne. Ho sentito qualcosa dentro che mi diceva “accostati a questo gruppo”. Ho cominciato a frequentarle e sono entrata in confidenza con loro. Quindi ho fatto una piccola esperienza di conoscenza e ho trascorso da loro dei week end e quindi sono entrata come postulante».

Ma aveva già considerato la possibilità di una vita consacrata?

«Sì. Questo desiderio c’era già dentro di me, vedendo altre suore che frequentavo nella mia parrocchia, ma il carisma che loro esprimevano non era adatto per me».

Qual è stata la reazione della sua famiglia di fronte alla sua decisione?

«All’inizio non è stato facile, soprattutto per la mamma, perché sono la prima e unica femmina e in Africa non è facile accettare la scelta dell’unica figlia di non farsi una famiglia. La resistenza di mia madre non è però durata molto, adesso la vedo contenta».

Qual è stato il momento più difficile in questo percorso di scelta?

«Quando ho finito l’università e non ho potuto lavorare come altri miei colleghi perché dovevo fare il noviziato e non si poteva lavorare. Vedevo gli altri miei amici e colleghi dopo quattro anni di studio che lavoravano e mi chiedevano “Ma tu non lavori?” e quasi mi prendevano in giro. Ma ho superato subito questa fase perché sapevo quello che volevo nella mia vita».

Qual è stato, invece, il momento più bello?

«La mia prima professione nell’agosto 2014 e la professione perpetua lo scorso agosto».

Cosa significa diventare suora ed essere laureata in scienze infermieristiche?

«Per me è amore e servizio al prossimo. Già nella scelta dello studio avevo questa propensione a dedicarmi agli altri. In Africa essere infermiera significa essere vicini alle persone che hanno più bisogno, che soffrono».

Ci racconta le esperienze che ha svolto a tale proposito in Mozambico?

«Sono stata infermiera di comunità durante gli studi a Beira e poi nella direzione del Centro di salute di Mafambisse. La nostra formazione ci porta ad essere attente in particolare a quelle zone che sono più precarie. Lì abbiamo vissuto un’esperienza molto forte di vicinanza alle persone che soffrono. Andavamo tre volte alla settimana a fare visita alle famiglie. Ognuna di noi prendeva la sua valigetta con tutti gli strumenti per il primo soccorso. Portare tutto questo era una gioia nella famiglia. Loro ci aspettavano con molto entusiasmo. Questo l’ho fatto al quarto anno mentre studiavo. Poi alla fine degli studi ho lavorato alla direzione del Centro di salute di Mafambisse, che è fuori Beira».

In quali condizioni si trovava a lavorare?

«Il sistema sanitario del Mozambico è molto precario e il nostro servizio anche per questo è importante. È faticoso perché spesso non abbiamo tutti gli ausili necessari per lavorare».

Dal punto di vista ecclesiale che differenze ha notato tra il suo Paese e l’Italia?

«La differenza è culturale. In Africa è tutto più vicino, senza tanta formalità».

Come si sente ora che è Orsolina?

«Sento di essere nel mio posto».