Diocesi In primo piano

Preti in crisi, Bassano si interroga

Bassano del Grappa.
di Andrea Frison

«La domanda di un tempo sabbatico da parte di alcuni confratelli interpella in primo luogo noi preti del bassanese, che con loro abbiamo condiviso un tratto di strada. Sarà doveroso farla risuonare in tutto il presbiterio diocesano». Lo afferma don Stefano Mazzola, parroco dell’UP di Santa Croce e San Lazzaro e vicario foraneo del nuovo vicariato Bassano-Rosà che conta, complessivamente 94 mila abitanti.

È trascorso un anno da quando, a settembre 2019, è stata sancita la fusione tra i vicariati di Bassano e Rosà. Una decisione che appare contraddittoria in un momento in cui molti preti lamentano le fatiche nel gestire un numero sempre maggiore di parrocchie ma che ha avuto proprio nei presbiteri dei due vicariati i principali protagonisti.

Don Stefano, quali sono stati le ragioni della fusione?

«Sono stati più i preti che i laici a spingere verso questa soluzione. I numeri esigui del presbiterio rosatese suggerivano infatti la fusione, per facilitare la condivisione tra presbiteri. Nel settembre 2019 il presbiterio ha optato per l’unione, in considerazione della omogeneità territoriale tra i due vicariati, unione sancita un po’ a fatica dai Consigli pastorali unitari (Cpu) delle parrocchie riuniti in assemblea in occasione della designazione della terna di nomi tra i quali il Vescovo ha scelto il vicario foraneo».

Non c’è il rischio che questo allargamento comporti una moltiplicazione del lavoro per i preti? Oppure è l’occasione per ripensare la pastorale e i rapporti tra presbiteri del territorio?

«Per quanto riguarda i preti non vedo il rischio di sovraccarico, quanto piuttosto l’opportunità di plasmare un efficace laboratorio di idee e di sperimentazioni. Con il Covid di mezzo, per la verità, non vi è stato ancora il tempo per rendere del tutto operativa la scelta e comprenderne fino in fondo le sfaccettature positive. In particolare il lavoro con i laici, le segreterie dei Cpu e i Gruppi ministeriali, è ancora ai nastri di partenza».

Con che spirito sta avvenendo, se sta avvenendo, la condivisione delle responsabilità tra presbiteri e laici?

«Mi sembra di cogliere un grande desiderio, da parte dei cristiani, di ripartire. A volte esso nasce dall’intravedere davvero nuovi orizzonti e possibilità. Ho però la sensazione che simili pensieri “nuovi” abitino maggiormente la mente e il cuore dei pastori, un po’ meno dei fedeli. A volte pare che per molti collaboratori pastorali i tratti soprattutto di ricominciare dal punto in cui si era interrotto l’anno pastorale, faticando non poco a comprendere quest’epoca ea dedurne le conseguenze, per poco lusinghiere che siano, in riferimento alla vita delle parrocchie».

Di recente, due preti del vicariato si sono presi un periodo sabbatico di riflessione sul proprio ministero. Esiste un “problema bassanese” nella sospensione del sacerdozio da parte di alcuni preti? Da questo territorio, che riflessioni emergono in merito?

«La domanda di un tempo sabbatico da parte di alcuni confratelli interpella in primo luogo noi preti del bassanese, che con loro abbiamo condiviso un tratto di strada. Sarà doveroso farla risuonare in tutto il presbiterio diocesano. Il tema fa emergere l’umanità dell’uomo/prete, in tutto simile a quella del suo popolo, soggetta a stanchezze e fragilità al pari di ogni altra persona. A ciò si affianca il tema delicato della verità delle nostre relazioni tra preti, dell’amicizia autentica, della capacità di domandare e di ricevere aiuto. Dall’altro lato, non è bene derubricarla rapidamente al fatto individuale. Quando un membro soffre, tutti soffrono con lui, quando è onorato, tutti ne gioiscono. La tempesta del Covid, ultima di altre avvisaglie, può aver scalzato sicurezze, facendo emergere fatiche fino ad ora sopite o sconosciute».