Territorio

Il prete pellegrino “innamorato” di Santiago

di Marta Randon

È il prete delle scarpe robuste e del bastone, la guida spirituale, la certezza. Ogni anno, decine e decine di persone della nostra Diocesi (e non solo) nel periodo estivo e di vacanza si affidano a lui. È rientrato a metà luglio e ad agosto ripartirà. La meta è sempre quella: Santiago de Compostela.

«Vado a Santiago da vent’anni – racconta sorridendo don Roberto Castegnaro, parroco in solido dell’U. p. di Lonigo -. Mi sono innamorato. Ho percorso il cammmino intero solo una volta, nel 2016, anno in cui ho festaggiato 50 anni di vita, 25 di sacerdozio, 15 da parroco e 35 da diabetico».

«La mia prima volta fu nel 1998 con la pastorale giovanile di Verona. Eravamo in 106, ero l’unico vicentino. C’era troppa gente, abbiamo camminato pochissimo, poteva essere oganizzato meglio. Mi accorsi che c’erano persone che erano lì senza sapere che cosa stessero facendo. Poi lo affrontai con altri quattro pellegrini, feci gli ultimi 115 chilometri consecutivi, il pezzo “più gettonato” (da Sarria a Santiago) per avere “La compostela” cioè l’attestato, che si ottiene almeno con gli ultimi 100 chilometri percorsi. Fu un’esperienza totalmente diversa, incredibile».

Quando don Roberto accompagna gruppi da 50 persone le tappe non sono a caso, tutto deve essere organizzato. «Devo necessariamente prenotare le palestre comunali o i collegi religiosi, i miei preferiti. Sacco a pelo e si dorme lì» spiega. «Il pellegrinaggio per eccellenza è zaino in spalla, piedi buoni, con varie tappe consecutive verso Santiago, non per forza decise a priori. Nel 2004 ho dormito con altri tre uomini tra le tombe del cimitero perchè negli spazi idonei non c’era più posto. C’erano i servizi, un lavandino, quello che bastava».

Il cammino spagnolo è diventato “di moda”. «Dieci anni dopo – continua don Roberto -, davanti alla tomba di Santiago chiesi all’Apostolo di Gesù (San Giacomo ndr): “Che senso ha portare 50 persone che non sono della mia parrocchia, con i cuochi che fanno loro da mangiare, senza il peso dello zaino, con tutte le comodità del pullman? Loro non sono dei veri pellegrini, io non sono un vero pellegrino!”. Mi risposi che tutti hanno il diritto di vivere quest’esperienza, anche chi pensa di non potercela fare e quindi sceglie i comfort».

Don Roberto le chiama “esperienze stuzzichino”: «Alcune persone, dopo pullman e comodità, scelgono di affrontare il cammino in piccoli gruppi – aggiunge -. Ho visto con i miei occhi pellegrini che non credevano in Dio, pregare in ginocchio e piangere».

Don Roberto consiglia a tutti di mettersi per strada da soli, come fosse una chiamata: «Camminare significa mettersi in dubbio. L’esperienza aiuta a guardare la realtà in maniera diversa. Puoi avere in mente dove andare ad alloggiare, ma poi è il cammino che ti porta. Quando si è in piccoli gruppi si sperimenta la Provvidenza. Il tempo ha una durata diversa, non c’è l’ansia del dover fare, bisogna “solo” camminare”, si parte la mattina e l’obiettivo è finire la tappa. Il tempo “vive”, passo dopo passo».

«Viviamo a tre velocità – continua il prete -: il cervello va ai 200 all’ora, il corpo ai 10 all’ora perchè facciamo poco movimento, e il cuore va ad alti e bassi, in base alle giornate dritte o storte. Quando cammini tutto il giorno anche i pensieri vanno alla velocità dei piedi. Si trova un’unità interiore maggiore, e si trova il tempo di pregare e pensare. Recitiamo il rosario insieme».

Il cammino è anche un modo per sentirsi in comunione con chi è a casa: «La strada è personale, ma si cammina anche al posto di chi non può essere lì per motivi di salute. Ci si porta accanto le vite di queste persone».