Attualità In primo piano

Polonia-Bielorussia. Schockweiler (giornalista): “È la guerra di Lukashenko, migranti come pedine”

(Foto ANSA/SIR - Twitter Ministero Difesa Polonia)
di Federico Rossi (Operatore Neos Kosmos APS)

30Confine Polonia-Bielorussia: è ormai noto che lo Stato bielorusso, guidato da Alexander Lukashenko, ha costruito “a tavolino” una nuova rotta migratoria dal Medio Oriente verso l’Ue, con voli verso Minsk, promettendo un passaggio agevole verso Polonia e poi Germania. Ovviamente l’obiettivo non è istituire un corridoio umanitario ma lucrare sulla pelle dei migranti, sia economicamente che politicamente. Per conoscere meglio quanto sta accadendo in Bielorussia, Federico Rossi, operatore della Neos Kosmos Aps, ha intervistato il giornalista Philippe Schockweiler, che ha visitato e lavorato a lungo in Bielorussia occupandosi di diritti umani, politiche ambientali e di democrazia.

Qual è la situazione relativa al rispetto dei diritti umani in Bielorussia?
«La Bielorussia è uno di quei Paesi le cui violazioni dei diritti umani sono state molto ben documentate lo scorso anno da agenzie come Human Rights Watch, Amnesty International e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Se prendiamo in esame il periodo che va da luglio-agosto 2020 fino ad oggi vediamo che il governo ha messo in atto falsificazioni e frodi elettorali orchestrate con un costante e massiccio uso della violenza contro manifestanti pacifici. Alcuni numeri: 800 prigionieri politici, uso diffuso della tortura e sessualizzazione della violenza contro i detenuti con migliaia di casi documentati, alcuni arrestati avevano appena 15 anni. Dall’agosto 2020 sono state detenute oltre 32 mila persone e poi un dirottamento aereo, almeno 50 dispersi, la maggior parte dei quali funzionari o attivisti dissidenti di alto rango. Almeno 4 persone morte, la maggior parte per violenze della polizia. In Stati confinanti vi sono stati casi sospetti di “suicidio” di alti esponenti dell’opposizione».

Cosa pensa di ottenere Lukashenko dalla crisi in corso al confine? Quali potrebbero essere possibili sviluppi futuri?
«Ciò che accade al confine tra la Bielorussia e l’Ue non è una novità. Per decenni, l’Ue ha avuto rapporti stretti con le dittature ai suoi confini, che si trattasse della Bielorussia o del regime di Ben Ali a Tunisi. L’Ue ha fatto affidamento abbastanza apertamente sul regime turco di Erdogan per ‘contenere i migranti’ alle porte dell’Europa. Accordi e partenariati tra l’Ue e Turchia o Libia servono ai dittatori per ottenere un riconoscimento e per essere visti da parti dell’arco politico europeo come ‘abili faccendieri’. Ciò che Lukashenko cerca nel lungo termine è, dunque, il riconoscimento. Il dittatore pensa ancora che la sua autoproclamazione presidenziale nel 2020 (secondo la costituzione bielorussa illegale) possa essere riconosciuta da tutti i Paesi. Poi c’è la componente russa. Molti aerei diretti a Minsk per trasportare le persone ai confini con l’Ue sono passati da Mosca. Entrambi i regimi di Mosca e Minsk, sono desiderosi di mostrare le debolezze dell’Europa, i suoi doppi standard e pronti a produrre i propri fatti e ad esporli al mondo come verità. Questo è ciò che hanno fatto per molto tempo, in particolare su Piazza Maidan e l’annessione della Crimea nel 2014. Soprattutto i media statali russi, in accordo con le loro rispettive agenzie, sono maestri in questo mestiere. Il tempo è essenziale e Lukashenko probabilmente non si prenderà cura dei migranti e dei loro bisogni più di quanto dovrebbe».

Come funziona l’assistenza umanitaria in Bielorussia?
«In Bielorussia sono state chiuse tutte le Ong indipendenti. Alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, il regime di Lukashenko aveva già approvato una serie di leggi anti-Ong e anti-giornalisti molto restrittive. Dalla fine degli anni ’90 è praticamente impossibile, come Ong e associazioni bielorusse, ricevere denaro dall’estero o essere affiliati a soggetti europei e internazionali. Questi motivi erano sufficienti per far finire le persone in prigione, dove venivano etichettate come ‘agenti stranieri’. Questa retorica è ancora in corso, come si evince dall’intervista di Lukashenko rilasciata alla Bbc la scorsa settimana. Lo stesso è accaduto ad artisti, centri culturali, riviste e giornali e media digitali. Lukashenko non è solo in guerra contro il suo stesso popolo, ma anche contro la società civile. Più volte ha ricordato che la società civile è un ‘concetto occidentale’ e non opererebbe per ‘doveri patriottici’. Facile comprendere come in una situazione di questo tipo i migranti non possono contare su alcun sostegno e sono nelle mani delle forze di sicurezza di Lukashenko. Nessuna Ong indipendente, nessuna organizzazione di soccorso, nessuna stampa indipendente. Tali condizioni rendono la situazione dei migranti pericolosa e disperata. Sono al 100% in balia dell’apparato di sicurezza».

Insomma, i migranti sono pedine in mano al dittatore…
«Un errore che fanno molte persone è considerare tutte le azioni di Lukashenko come irregolari, malsane o addirittura folli. Non lo sono. Lukashenko è riuscito da oltre 27 anni ad aggrapparsi al potere, è uno stratega implacabile. Possiamo quindi aspettarci che Lukashenko, non si farà prendere le sue pedine dalla scacchiera senza lottare o rischiare un’escalation. Purtroppo è anche così che vede i migranti: pedine di un gioco politico. Recenti fughe di notizie all’interno dell’amministrazione hanno mostrato che il regime è disposto a pagare tra 1500 e 2500 di dollari americani per i voli per attirare le persone ad attraversare il confine polacco/lituano. Per quanto raccapricciante, assurdo e orribile possa sembrare, questo è il modo in cui il regime gestisce la situazione. In reazione alle rivolte dell’agosto 2020, Lukashenko aveva annunciato di voler approfondire la cooperazione con l’esercito russo: si stanno costruendo alcuni campi di addestramento che assomigliano a delle piccole basi. È probabile che vedremo più attività congiunte tra l’esercito bielorusso e russo intorno al confine. La militarizzazione del confine mette ulteriormente sotto pressione i migranti intrappolati lì».