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Cure palliative, un convegno al Centro diocesano

L'11 novembre, alle 20.30, l'appuntamento è nella sala ex palestra con il dottor Pietro Manno: «La nostra soddisfazione è che le persone che seguiamo muoiono nel rispetto della vita».
di Andrea Frison

È un mestiere strano quello del medico che si occupa di cure palliative. Non è un medico che vive il successo di una guarigione, la soddisfazione per una corretta diagnosi o per aver salvato una vita. Il medico che si occupa di cure palliative non può cambiare il destino del suo paziente che la malattia sta conducendo inesorabilmente verso la morte. «La nostra soddisfazione sta nel fatto che le persone che seguiamo muoiono nel rispetto della vita. L’esito lo conosciamo, la soddisfazione è nel rapporto umano, nell’organizzazione discreta, nelle famiglie contente di come viene vissuto questo passaggio». A dirlo è il dottor Pietro Manno, direttore del Centro cure palliative dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza, un team di medici e infermieri che attualmente segue circa un migliaio di pazienti oncologici. Il dottor Manno sarà ospite della serata organizzata dall’Ufficio per la pastorale della salute il prossimo 11 novembre proprio per parlare di questi temi.

«Le cure palliative – riprende il medico – sono quelle che si danno agli ammalati di malattia cronica che non guarisce e che porta alla morte. Sono cure che rispettano la vita, non acceleriamo ne differiamo il decesso, ma preserviamo la migliore di qualità di vita possibile, fino alla morte. Cosa questo voglia dire, poi varia da perosna a persona. Per qualcuno significa rimanere a casa propria, con la propria famiglia, senza dolore. Per altri concludere delle cose, portare avanti un progetto, attendere l’arrivo di un figlio, continuare ad ascoltare musica o dipingere. Nel nostro sistema sanitario sono un tipo di cure che al momento riguardano solo i malati oncologici ma che sarebbe importante allargare ad altre forme di “alta fragilità”, come malati di cuore, alzheimer, anziani non oncologici…». 

Il grosso del lavoro dell’equipe del dottor Manno avviene a domicilio. «Si comincia con la presa in carico del paziente e un colloquio iniziale con il malato e con i familiari – spiega il medico -. Si valuta il dolore, la mancanza di respiro o altri sintomi della malattia, per i quali si prescrivono vari tipi di terapia, per esempio pillole, flebo o infusioni, fino alla sedazione profonda se necessaria. Questo è il grosso del nostro lavoro. Le visite al malato avvengono periodicamente e possono aumentare se i sintomi peggiorano. Se fosse necessario, siamo in condizioni di attivare i servizi sociali per fornire pasti caldi o altre necessità. La nota dolente purtroppo è l’assistenza psicologica: ne siamo sguarniti, a parte la presenza di uno psicologo messoci a disposizione da un’associazione di volontariato. Non è un tema da poco, perché se capita, come è capitato, che a morire sia un giovane padre, la situazione della moglie e dei figli richiede due interventi psicologici diversi». 

Molti dei pazienti oncologici che seguono cure palliative muoiono in casa o in hospice, «pochissimi muoiono in ospedale – afferma Manno -. Quando avviene, è perché la situazione è precipitata improvvisamente. Se riusciamo a recuperare il paziente e ci sono le condizioni, questo viene riportato a casa, ma anche l’hospice può diventare un luogo di cura dove le persone possono trovare i loro spazi, portarsi da casa degli oggetti che hanno a cuore e, fuori dall’emergenza covid, avere un familiare che può dormire con loro. Ci sono casi di coppie di sposi, dove uno dei due è malato in fase terminale, che scelgono di trasferirsi entrambi in hospice».

La cosa importante, quando si lavora nel settore delle palliative è «il rispetto della verità – prosegue Manno -. È molto importante parlare chiaramente con il malato. Sapere di avere un tumore è fondamentale per consentire il “recupero dei sentimenti”, fare un bilancio della propria vita, chiedere scusa ai famigliari, mettere a posto le cose, riavvicinarsi a un figlio con cui ha litigato… Diversamente, la menzogna o il tentativo di illudere il malato crea molta solitudine. Il malato ha il corpo che gli parla, e se da fuori non si riconosce quello che sta vivendo, è come lasciarlo solo».

Negli ultimi anni, complice l’allungamento della vita e il conseguente aumento di patologie croniche legate all’invecchiamento, «sta aumentando la cultura della cura palliativa – prosegue Pietro Manno -. Anche in medicina, l’idea che si trattasse di una branca che interessa solo alcuni medici è superata. Molti giovani medici scelgono questo campo che sta per diventare una vera e propria specializzazione. Si tratta però di un settore molto delicato, il rischio di “burnout” è molto alto. Un conto è il medico che guarisce tutti, un conto è un medico che fallisce tutto. Può diventare molto pesante, bisogna stare molto attenti e avere cura anche del proprio staff».