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Il perdono che fa breccia nell’eccidio di Schio

di Enrico Zarpellon

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 a Schio si consuma un eccidio efferato. Un gruppo di ex partigiani irrompe nelle carceri della cittadina e apre il fuoco su oltre cinquanta persone, accusate di corresponsabilità con il regime fascista e in attesa di giudizio. Inizia qui la vicenda raccontata nel memoir di Anna Vescovi “La verità è una linea retta. Il padre ritrovato” (Outsphera edizioni, 208 pp., 15 euro). Perché tra le vittime dell’eccidio c’è il padre dell’autrice, Giulio Vescovi, Commissario prefettizio di Schio, morto in seguito alle ferite riportate.

Anna Vescovi al tempo è una bambina molto piccola, ricostruisce gli eventi di quella notte e racconta l’infanzia felice trascorsa con i nonni ad Asiago, protetta dagli echi dell’eccidio (“Ho imparato a rimuovere e non solo inconsciamente, così, in questo modo ho potuto vivere”). Conosciamo il suo rapporto travagliato con la madre, e la vediamo costruirsi una famiglia e una professione come psicologa e psicanalista, impegnata anche in carcere: “Ciò che realmente fu importante per me è l’aver imparato, dai detenuti, a separare gli individui dalle loro azioni”.

Leggiamo delle difficoltà, sul piano della memoria pubblica e a distanza di decenni, nel fare i conti con l’eccidio. “Su questo argomento – racconta l’autrice – a Schio regnava infatti una sorta di omertà, nessuno ne parlava mai”.

Nonostante l’atmosfera di odio e rancore reciproco, negli anni si giunge a firmare un Patto di concordia civica tra amministrazione comunale, familiari delle vittime e associazioni partigiane. Ma i passi da fare verso la riconciliazione sono ancora molti, e leggiamo tutto il travaglio interiore di Anna Vescovi fino a una svolta decisiva, non soltanto per lei.

L’ultimo superstite tra i partigiani che eseguirono il massacro, Valentino Bortoloso, nome di battaglia “Teppa”, ha 93 anni. “Gli sarà mai capitato, mi chiedevo, di aver visto nei suoi incubi emergere dal buio quei volti di prigionieri inermi fatti ammassare al muro e urlanti pietà? Sentii dentro di me una sofferenza intollerabile… la sua. Ed ho provato pietà”.

Anna Vescovi scrive così una lettera a uno degli uomini che avevano provocato la morte di suo padre, esprimendo il desiderio di incontrarlo. “La parola perdono per me è molto ambigua (…) Solo la parola misericordia mi risuonava dentro”. Bortoloso risponde grato e commosso, e i due si incontrano di nascosto per evitare strumentalizzazioni. È emozionante leggere la liturgia dei piccoli gesti, delle parole difficili in un incontro carico di tensione quanto di umanità. “In una frazione di secondo entrambi, senza parlare, capiamo che abbiamo la facoltà e la libertà di decidere quale strada intraprendere. (…) L’abbraccio è spontaneo, i dubbi sono fugati, le barriere crollano in un istante. C’è abbandono totale. E lacrime, tante lacrime, quelle non piante per tanto tempo”. Dopo qualche tempo i due decidono di rendere pubblico il loro incontro e scelgono di comune accordo la Chiesa come istituzione super partes, idonea a custodire la loro pace al riparo da basse strumentalizzazioni. “Volevamo che altri potessero capire come si possa sempre andare oltre, come sia sempre possibile infrangere la barriera che separa gli uni dagli altri”. È così che Anna Vescovi e Valentino Bortoloso “Teppa”, il 3 febbraio 2017 alla presenza del vescovo di Vicenza mons. Pizziol, sottoscrivono un atto pubblico di riconciliazione a “monito ed esempio per tutti, soprattutto per le nuove generazioni, traendone la certezza che è possibile superare le barriere dell’odio e delle rivendicazioni”.

Il libro di Anna Vescovi permette di comprendere come tale epilogo (incredibile per una storia iniziata così tragicamente) sia l’esito di un percorso, e dà voce a una vicenda di pace che forse in pochi avrebbero pensato di leggere, e che invece per fortuna può trovare lettori e memoria.