Cultura

Patrizia Laquidara: «Il dialetto di Luigi Meneghello? Da leggere e cantare»

Meneghello sapeva restituire sulla pagina scritta tutta la musicalità del linguaggio orale. Lo conferma la cantante Patrizia Laquidara.
di Andrea Frison

“A io / pèio sòio / òio / taio bóio / méio / saio sbròio / viaio / luio / griio / giio biio”. Nell’opera di Meneghello capita spesso di imbattersi in simili “componimenti poetici”, oltremodo divertenti ma non solo. Se il dialetto è lingua orale, lo scrittore di Malo sapeva restituirne a pieno anche la musicalità. C’è materiale per musicisti, insomma, negli scritti di Meneghello, e ce lo conferma proprio una cantante, Patrizia Laquidara, sicula di nascita, veneta di adozione e compaesana proprio dello scrittore di Malo.

Patrizia, ha mai lavorato sui testi di Meneghello?

«Mi è capitato di fare un lavoro musicale su alcune pagine del testo “Ur Malo” (contenuto nel libro Pomo Pero e da cui è tratto il verso che apre questo articolo, ndr) e di farne una lettura ad alta voce proprio a Malo. È un testo estremo, dove le parole hanno dei nessi puramente fonici, è il ritmo che va a pescare le parole e non viceversa. È stato molto divertente renderlo sonoro, usare il suono e la voce per tirarne fuori, appunto, la dimensione ritmica».

Ha mai conosciuto personalmente il suo compaesano?

«Ho avuto la fortuna di conoscere Meneghello personalmente, un giorno venne addirittura a sentire un mio concerto assieme a Mario Rigoni Stern, che onore!, ma anche di cenare assieme ad amici in sua compagnia. Aveva qualcosa di ironico, moderno, leggero e forte. Ricordo che lesse una pagina di “Libera nos a Malo”, amava leggere ad alta voce i suoi versi».

Patrizia Laquidara assieme a Luigi Meneghello.

Perché secondo lei i testi di Meneghello si prestano così bene ad essere letti ad alta voce?

«Perché sono testi che contengono una forza mimetica del reale che li rende potenti e moltoteatrali. I suoi versi sono dapprima ritmici e intuitivi, non partono dal concetto, non sonofilosofici ma istintivi. È il ritmo, quindi, lamatrice emotiva dei suoi versi ed è questo checattura l’attenzione del pubblico, si parte dal significante e soltanto dopo si scivola nel significato. Meneghello ci inoltra in un mondo fatto di oralità, di filastrocche, giochi di parole, un mondo di storie e canzoni tramandate ad alta voce (basti pensare a “Libera nos a Malo”)».

Da siciliana, com’è il suo rapporto con il dialetto veneto?!

«Non lo parlo. Mia mamma è veneta, mio papà siciliano, così si è deciso che io dovevo parlare italiano. La situazione è bizzarra perché mia mamma, con le mie sorelle più giovani, parla in dialetto. Io capisco tutto, a volte utilizzo qualche parola per enfatizzare perché è una lingua viva ma faccio fatica a organizzare una frase intera. Non ho un rapporto naturale con il dialetto parlato».

Eppure nel suo album “Il canto dell’anguana” parla esclusivamente in dialetto, ci ha pure vinto la Targa Tenco come miglior disco dialettale: come ha fatto?

«Cantarlo mi diventa più naturale, infinitamente più facile. Con quel disco mi sono addentrata in una lingua e in un territorio e di questo devo ringraziare Enio Sartori che ha scritto tutte le liriche».

Con Neri Pozza è di prossima uscita un suo libro, ce ne parla?

«Si intitolerà “Ti ho vista ieri”. Lo definirei una biografia italiana».

E su Meneghello, altri progetti?

«Sono al lavoro con lo studioso Luciano Zampese, scrittore e docente di linguistica (uno dei maggiori esperti dello scrittore di Malo, ndr), ma non posso anticipare altro».