Chiesa In primo piano

Come parlare della morte ai bambini? Ecco qualche suggerimento

di Marta Randon

«Parlare ai bambini della morte li aiuta a crescere». Ne è convinta Monica Cornali, psicologa clinica e tanatologa culturale vicentina, curatrice del Corso base sull’Ars Moriendi a Villa San Carlo, casa degli esercizi spirituali della diocesi. «La congiura del silenzio, pensando di proteggere i più piccoli dal dolore, è un atteggiamento pedagogico invalidante» spiega l’esperta. Molti bambini, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, hanno perso un nonno o un proprio caro. Quali sono le parole giuste da utilizzare? I tempi corretti? Approfondiamo il tema.

1//Quali sono le parole giuste da usare con i bambini per parlare della morte?

«Ci sono vari approcci, a seconda delle fasce d’età del bambino e quindi del suo livello di sviluppo psico-affettivo. Se in età prescolare, ad esempio, può avere un senso dirgli che il nonno è volato in cielo, diventa persino nocivo asserirlo quando il bambino è più grande ed ha bisogno della conferma della reale morte della persona cara, altrimenti potrebbe passare mesi o anni nella ricerca o nell’attesa del ritorno della persona deceduta. Peggio ancora, potrebbe credere che la persona che ama ha semplicemente scelto di andare via perché egli ha fatto qualcosa di sbagliato o perché quella persona non gli vuole più bene. Direi che è importante utilizzare un linguaggio corretto privo di eufemismi, mettersi nell’ottica di chiedere al bambino se ha capito o se ha bisogno di ulteriori spiegazioni».

2//Come si fa a spiegare ad un bambino che la morte è un “sorella”, come diceva San Francesco?

«I bambini fanno esperienza del ciclo vitale delle stagioni, del rinnovamento continuo della natura. Questo è senz’altro un buon punto di partenza. Per poi educarli a concepire la vita come composta anche da tutto ciò che non si vede, non si tocca, ma esiste. Educarli in altre parole ad ospitare l’eterno dentro di sé, a venire a contatto con quella parte spirituale, legata alla sfera dei valori, che è immortale. Iniziarli a consapevolizzare già ora esperienze di “aldilà”: ogni volta che vanno oltre le loro paure, le loro ferite, i loro egoismi. Occorre tenere sempre presente la fascia d’età in cui si trova il bambino. Direi che la premessa di base, comunque, sia l’aver elaborato in maniera sufficientemente positiva la visione della vita e della morte da parte dell’adulto di riferimento, genitore o educatore. Una visione improntata alla speranza viene colta immediatamente dal bambino, che è molto sensibile anche al linguaggio non verbale».

3//Come si conforta un bambino che ha perso un proprio caro, ad esempio un nonno?

«Molto importante è senza dubbio l’uso di un registro linguistico non specialistico ma colloquiale, ossia quello della quotidianità. Il bambino non deve mai essere lasciato solo con il proprio dolore o con la presupposta assenza di dolore, avendo bisogno di sapere che non verrà tenuto all’oscuro di cose importanti. Questa consapevolezza gli risparmierà un’ansia incessante. Se si è sinceri e diretti con i bambini, sapranno che possono contare su persone disponibili e degne di fiducia. È importante anche lasciare che le emozioni, specie quelle ritenute negative, come la rabbia, possano essere manifestate. Si potrà per esempio trovare un momento della giornata per parlare dell’assenza del nonno, utilizzare delle modalità creative come fare un disegno e portarlo insieme sulla tomba, incorniciare una fotografia del nonno e tenerla sul comodino».

4//Se muore un fratello o un genitore che “spiegazione” si può dare?

«Teniamo sempre presente la fascia di età del bambino. Quando si arriva sugli 8-9 anni egli arriva a comprendere la morte come universale ed irreversibile, andando avanti concettualizza anche la sua imprevedibilità. In questo caso è importante lasciare che il bambino esprima quello che prova e stargli vicino, senza timore di ammettere che siamo dentro un mistero e non abbiamo tutte le risposte, ma possiamo sempre ritrovare la persona che abbiamo amato dentro di noi. A seconda poi della cultura di riferimento o della fede familiare, possiamo dire quello in cui crediamo, ma sempre in chiave di speranza, mai di dogma. Il dogma, imponendosi come certezza assoluta, blocca la molteplicità dei vissuti, chiude, non legittima il dubbio, la disperazione, che pur fanno parte dell’essere umano. Viceversa la speranza si appella al desiderio di bene che abita in profondità ogni essere umano, prima di ogni adesione religiosa. Che ci siano adulti significativi sufficientemente consapevoli di sé e dei propri vissuti, è fondamentale. Nell’esempio della morte di un fratello, uno dei rischi maggiori è rappresentato dalla possibilità che il bambino prenda il posto del fratellino scomparso, sentendo di dover essere il consolatore e protettore dei genitori, con possibili gravi conseguenze per il suo benessere e il suo sviluppo affettivo».

5//È utile fornire ai bambini raffigurazioni dell’aldilà come il Paradiso?

«A seconda della fascia di età e della visione familiare, ognuno può esprimersi come crede, ma non in maniera dogmatica. Sarebbe più opportuno, qualora i bambini facessero domande specifiche, lasciar parlare e immaginare loro, chiedere per esempio: “Tu dove pensi sia il nonno? Facciamo insieme un disegno?”. Bisogna che gli adulti non siano né prevenuti riguardo a queste immagini, né dogmatici, ma siano consapevoli del valore metaforico di angeli e paradiso, che aiutano la simbolizzazione di tutto ciò che si muove nell’interiorità e orientano ai valori eterni, ma non vanno presi alla lettera. È più importante sottolineare il senso di continuità, per cui quella persona la portiamo sempre con noi, nel nostro cuore, e possiamo anche scegliere di parlarle, di dirle delle cose, pur sapendo che non ci potrà rispondere. Fare della sua assenza una diversa presenza».

6//Parlare dell’inferno è educativo?

«In tal senso suggerirei, ma non solo per i bambini, di evitare riferimenti a purgatori, inferni, giudizi e punizioni. Bisognerebbe proprio sganciare l’orizzonte della speranza dell’aldilà dalle categorie del “merito” o “demerito”. Se un bambino si comporta male, basta richiamarlo nel presente, al livello del suo comportamento, e non mettere in discussione né il valore della sua persona, né la sua eventuale salvezza o punizione eterna. Solo in tal modo sarà possibile che non rimanga inchiodato a inutili sensi di colpa, ma che evolva verso il concetto di responsabilità».

7//È utile insegnare ai bambini a “contare i nostri giorni’, come recita il Salmo 90?

«Certo che sì. Insegnare fin da piccoli che la morte fa parte della vita, aiuta a crescere integrando la finitezza umana, il limite. In altre parole avvia al superamento del senso di onnipotenza narcisistica che, se funzionale nelle prime fasi dell’età evolutiva, rappresenta un problema se perdura da adulti ed impedisce la capacità relazionale. Rendersi man mano conto che non siamo eterni su questa terra, aiuta lo sviluppo di una gerarchia personale di valori universali, da vivere in maniera autentica e creativa».