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Papa Luciani sarà Beato. Il ricordo del Vescovo Pizziol

di Andrea Frison

Sarà presto beato Giovanni Paolo I. Il Papa, infatti, ha ricevuto questa mattina in udienza il card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’udienza – ha reso noto la Sala Stampa della Santa Sede – il Santo Padre ha autorizzato la citata Congregazione a promulgare il decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo I (Albino Luciani), Sommo Pontefice, nato il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale, (oggi Canale d’Agordo, provincia di Belluno) e morto il 28 settembre 1978 nel Palazzo Apostolico (Stato della Città del Vaticano).

Di seguito riproponiamo l’intervista al Vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol pubblicata il 19 novembre del 2017, dopo che Albino Luciani era stato dichiarato venerabile

Il Vescovo Pizziol: «È stato il padre del mio sacerdozio»

La vita del vescovo Beniamino Pizziol si è intrecciata con quella di due papi. Il primo è stato papa Roncalli, che nel 1957 gli ha impartito la cresima, quando il futuro papa Giovanni XXIII era patriarca di Venezia e il nostro vescovo aveva 10 anni. Il secondo è Albino Luciani, che ha consacrato prete mons. Beniamino nel 1972, nella chiesa di San Lorenzo Giustiniani, a Mestre. Sei anni dopo, nel 1978, l’allora patriarca di Venezia sarebbe stato eletto al soglio pontificio, con il nome di Giovanni Paolo I.

«Dopo tre papi provenienti dalla nunziatura, Pacelli, Roncalli e Montini, sembra che Paolo VI abbia indicato come suo successore proprio Luciani, un papa “pastore” – ricorda Pizziol -. All’epoca l’idea di un papa non italiano non era considerata». Mons. Pizziol definisce Luciani «il padre del mio sacerdozio. Al suo arrivo a Venezia, nel febbraio 1970, stavo per terminare gli studi di teologia e nel dicembre del 1972 venni ordinato prete da lui».

Anni difficili

Gli anni veneziani di Luciani, proveniente dalla diocesi di Vittorio Veneto, dove arrivò come vescovo nel 1959, furono tutt’altro che facili. «Erano anni difficili, affascinanti e drammatici – ricorda Pizziol -. Durante i quali laici e presbiteri hanno vissuto e sofferto insieme al proprio Patriarca, spesso in modo conflittuale. La contestazione attraversava tutta la società, la politica e anche la Chiesa».

Pastoralmente aperto e dialogante, ma fermo e deciso quando si entrava nel campo della morale, Luciani divenne spesso oggetto di critiche da parte dei preti più progressisti, ma anche i conservatori non risparmiavano commenti pesanti al suo stile semplice, tutt’altro che “aristocratico”. «Una volta un cerimoniere, a San Marco, commentò: “Ci hanno mandato un contadino”. E questo perché Luciani, abituato a predicare di fronte all’assemblea, terminata l’omelia prese l’asta del microfono e la ripose dietro a una colonna – racconta Pizziol -. Non era considerata, evidentemente una “mansione” degna di un patriarca di Venezia».

Vicino alla gente

D’altro canto, «la maggior parte dei laici e dei non credenti lo stimava e gli voleva bene – aggiunge Pizziol -. Parlava con le persone, prendeva il vaporetto… Era vicino alla gente. La sua predicazione era semplice, ma incisiva. Era un uomo di grande umiltà e fermezza nelle questioni che riguardavano la dottrina della fede. Ricordo alcuni episodi in cui veniva pesantemente contestato, ma ilgiorno dopo andava avanti per la sua strada. In questo era un vero montanaro».

Un montanaro capace però di grandi delicatezze. «Ricordo un incontro con i cresimandi, nella parrocchia dove ero cappellano – racconta Pizziol -. Era solito chiamare qualcuno vicino a sé e interrogarlo con domande semplici, come avrebbe fatto anche da Papa. Quella volta indicò una bambina. Andai in agitazione, perché chiamò una bambina che aveva problemi psichici, e che in alcuni momenti era incontrollabile. Invece andò tutto bene, per lei e per i suoi genitori fu un motivo di grande gioia».