Chiesa In primo piano

Paolo VI, il Papa della Chiesa nel mondo contemporaneo

di Francesco Bonini

Così lontana, quella festa della Trasfigurazione, il 6 agosto 1978, ma anche così vicina: come Paolo VI, che concluse quel giorno la sua vita e il suo pontificato.
Una figura che, ormai canonizzata, continua a sorprenderci e dunque ad interrogarci e ad accompagnarci.
È il Papa della Chiesa nel mondo contemporaneo, che è il tema del Concilio che ha accompagnato e concluso. E di cui ha iniziato l’attuazione, che è il compito di tutti i suoi successori. Tutti, nessuno escluso, a partire da Papa Luciani, che volle assumere un duplice nome proprio quasi a richiedere un supplemento di energia. Passando attraverso il lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, che lo rilancia anche personalmente in tutto il mondo, e quello di Benedetto XVI, che spiegò l’ermeneutica del Concilio, che Francesco proietta in un quadro globale.

Perché in tutta la sua vita e tanto più da Papa, Paolo VI si è fatto carico, lungo il ventesimo secolo, di tutte le pieghe di un mondo complesso e dilatato, la contemporaneità, delle sue contraddizioni e delle sue potenzialità. Con l’idea e la giusta ambizione di governare questo processo: un disegno veramente poderoso, per cui si è speso fino alla fine.

Lo ha fatto con una straordinaria coerenza di fondo, reggendo il formidabile carico (usava spesso questo aggettivo, formidabile, nella sua prosa così elegante) che gli era stato posto sulle spalle, con dritta coerenza.

Formidabile carico davvero, quello di Paolo VI, che si consumò e si spese tutto in questa logica di servizio: spesso per questo motivo incompreso e malinteso.
E proprio per questo oggi è testimone prezioso e dunque maestro, secondo quella dinamica che aveva illustrato in un testo ancora straordinariamente vivo, l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi.
Maestro perché testimone: allora come ora.
Proprio anche quando, come ha scritto Papa Francesco nella sua esortazione di inizio pontificato, che non a caso riprende nel titolo proprio quella di Paolo VI, aggiungendo il Gaudium del classico documento conciliare, siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca e non solo ad un’epoca di cambiamento. Per l’ulteriore accelerazione esponenziale dei processi, sotto la dominante di un sistema tecnocapitalista a propulsione consumista, che mette in discussione la stessa persona umana. E rilancia la necessità di riaffermare il valore della vita, che non a caso Paolo VI aveva posto, insieme alla fede, al centro dei due discorsi-testamento del 23 e del 28 giugno 1978, da leggersi in parallelo con l’altro, formidabile proprio, a conclusione del Concilio, il 7 dicembre 1965.
Poco più di tremila parole da meditare e cui continuare ad ispirarsi, che disegnano e fondano culturalmente, dottrinariamente e spiritualmente la trama di umanesimo fiducioso ed ottimista, anche se consapevole delle molteplici sfide e delle crescenti difficoltà.

Per dare, da cattolici, un contributo di qualità nel dialogo aperto con tutti. Così da non essere silenziosi o, peggio, litigiosi, e dunque irrilevanti. Mai.