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Paola Cavallari (Oivd): «La chiesa non taccia sui femminicidi»

Sette donne uccise in dieci giorni : la piaga dei femminicidi non è sradicata, anzi. La ragione è culturale come spiega Cavallari dell'Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne.
di Lauro Paoletto

Ancora femminicidi. Incredibilmente tanti nonostante gli interventi normativi significativi degli ultimi anni, nonostante le azioni dei Centri antiviolenza sviluppate nei territori, nonostante le molte iniziative di promozione delle donne. Ma non basta. C’è da chiedersi addirittura se, dopo tanti anni di impegno femminista per la emancipazione femminile, non si stia assistendo addirittura a un regresso culturale, in particolare tra le giovani generazioni. 

Tutti gli sforzi per contrastare il fenomeno sono importanti e vanno sostenuti, ma oramai dovrebbe essere chiaro che se non si incide sul contesto culturale maschilista, tutte le altre azioni rischiano di avere poca efficacia. E incidere sulla cultura di una società è un’impresa impegnativa che richiede tempo, convinzione, coinvolgimento di più soggetti possibili. Ma senza questo sforzo tutto il resto rischia di essere vano. 

Ne è convinta Paola Cavallari, presidente dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (Oivd, vedi box). «In generale – ci dice – notiamo che c’è stato uno sdoganamento dell’odio in particolare negli ultimi anni a tutti i livelli: l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia. E in tutti questi ambiti ci sono sempre tra le vittime le donne. Il discorso d’odio, infatti, prende di mira soprattutto le donne. Questo aspetto è, in genere, poco considerato e questi episodi nel discorso corrente, non vengono assunti nella gravità che hanno. E così il discorso d’odio non trova molti freni». Per questo motivo, per la presidente dell’Oivd «c’è un grande lavoro di scavo da fare per andare a indagare le ragioni di tale odio». 

Un’espressione di questo clima – evidenzia Cavallari – è «la cultura dello stupro, espressione della cultura maschilista dove emergono in maniera più evidente certi tratti. Altre volte questi vengono coperti dalle buone maniere, ma se si scava si vede che alla base c’è il deprezzamento della donna». 

Questo emerge in modo particolare nel lavoro che l’Osservatorio sta facendo su pornografia e prostituzione. «La pornografia – osserva Cavallari – è qualcosa di ingestibile che coinvolge ragazzi, giovani, adulti. I dati dicono che c’è un aumento impressionante del consumo di pornografia. Lì si vanno a convogliare frustrazioni maschili e la prestazione, come molto spesso accade, si riversa in un atteggiamento compensatorio che è quello dell’umiliare l’altro. Non è solo una questione di sfogo sessuale come si pensa, ma c’è anche questa dimensione dell’umiliazione, del disprezzo dell’altro che è una componente sadica-umana che non viene controllata». Tutto questo andrebbe considerato in modo serio. «La componente sadica andrebbe maggiormente indagata, non per colpevolizzare gli uomini, ma perché queste cose vanno finalmente affrontate, se vogliamo una cultura diversa, una cultura di pace». 

Certo il discorso è complesso e non facile anche perché accanto alla pornografia sdoganata dal mainstream, persistono «certi modelli nella pubblicità, nella televisione, nei programmi di media diffusione poco rispettosi, dove la donna deve essere bella, attraente, giovane, seducente. Questi sono modelli che danneggiano. Quando una donna è “solo” intelligente è un po’ troppo poco». Occorre dunque lavorare per «modificare le mentalità e lavorare sul simbolico che è il punto centrale della nostra sfida». In questa prospettiva si inserisce, per esempio, il ciclo di incontri sulla piattaforma zoom promosso dall’Osservatorio in collaborazione con la Federazione delle donne evangeliche in Italia, dedicato a “Religioni e prostituzione – Le voci delle donne”. Giovedì 30 settembre alle ore 18, ci sarà in questo ambito l’incontro dal titolo  “Prostituzione: il male minore o stupro a pagamento?” con Paola Cavallari e Lidia Maggi.

Uno degli obiettivi dell’Osservatorio è quello di evidenziare il ruolo delle religioni nello sviluppare modelli culturali diversi. «Anche le comunità religiose – sottolinea Cavallari – sono implicate in questa cultura di depotenziamento del femminile e per questo noi lavoriamo nel campo delle culture religiose per promuovere da parte delle chiese e delle altre comunità religiose una maggiore dignità femminile. Pensiamo, per esempio, alla cultura della complementarietà molto presente nella chiesa cattolica, ma non solo. Si vede la donna complemento al maschile, alla figura del marito. Sarebbe un termine delizioso, peccato che spesso la donna sia interpretata come ancella dell’uomo».

Le Chiese e le altre comunità religiose, secondo la presidente di OIVD, rimangono fortemente impregnate di maschilismo. «Rispetto alla Chiesa cattolica sono piuttosto pessimista – ci dice -. Certo sono stati fatti dei passi, abbiamo esempi belli di persone e anche di presbiteri sensibili, ma nel discorso generale della Chiesa cattolica non vedo passi in avanti. Manca il coraggio, per esempio, di guardare a una cultura millenaria della Chiesa che ha per molti secoli valorizzato molto di più la vita religiosa rispetto a quella matrimoniale con conseguenze pesanti sulla visione della sessualità e della donna».

L’altro fronte decisivo è l’impegno diretto dei maschi su questi fronti. «Chiediamo che gli uomini prendano coscienza insieme a noi. Bisogna essere consapevoli che anche attraverso delle barzellette, dei giochi di parole si fa cultura maschilista. “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate – afferma rivolgendosi ai maschi e citando Martin Luther King – ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”». In questa prospettiva si inserisce l’Appello lanciato dall’Oivd insieme alle Comunità Cristiane di Base italiane – CdB – e alla rivista Esodo “E tu, uomo che stai leggendo, cosa fai?”con il quale si invitano i maschi a «farsi interpellare, all’ascolto, ad unirsi alle iniziative in corso, a crearne di nuove. Il cuore della questione è non chiamarsi fuori, non tacitare la propria coscienza, non illudersi che ne siano danneggiate solo le donne uccise».