Territorio

Il pane buono che fa del bene

Da 10 anni, in una contrada di Valdagno, un gruppo di ragazzi prepara e vende ciope e filoni per sostenere associazioni nel mondo.
di Vincenzo Grandi

C’è chi impasta, chi cura il fuoco, chi scrive il nome nei sacchetti. È sabato mattina e, davanti a un forno a legna in una casa di una contrada valdagnese, un gruppetto di giovani è al lavoro nella produzione di ciope e fugasse da distribuire poi a parenti, amici e conoscenti in cambio di un’offerta. È un rito che si ripete ogni due mesi e che ha il sapore del pane caldo, della solidarietà e dell’amicizia. 

“Non di solo pane”, questo è il nome che il gruppo si è dato e che contraddistingue un’esperienza nata quasi per caso, ma che prosegue da oltre 10 anni senza sosta, portando un aiuto concreto a progetti missionari e solidali. Quest’anno, a beneficiare del ricavato della distribuzione del pane, sarà l’associazione “Pé no Chao” (Piedi per terra) che opera nel campo dell’educazione con ragazzi e ragazze in Brasile, ma nel recente passato sono stati aiutati l’associazione “Cuori Incontrati”, per l’acquisto di un pulmino per i bambini malati, un progetto nel Nord del Camerun e la città di Beira in Mozambico, dove opera don Maurizio Bolzon e la cui terra è stata recentemente devastata da un ciclone. E prima ancora, nel territorio vicentino, la Caritas, il progetto “Il sogno di Lele” e l’associazione “Mondobimbi” per la costruzione di un pozzo in Madagascar.

Infornata dopo infornata, i pezzi di pane si sono così trasformati in gesti di pura solidarietà. «Ci piace fare qualcosa per gli altri e ci piace farlo assieme a persone con cui stiamo bene. In questi anni sono cambiate tante cose: c’è chi ha abbandonato il gruppo e chi si è unito, c’è chi ha messo su famiglia e chi ha nuovi impegni da seguire. Eppure, il ritrovarsi a fare il pane rimane per noi un impegno che ha senso mantenere e per questo piuttosto rinunciamo ad altre attività». Andrea, Carlo, Carolina, Diego, Francesca, Marta e Silvia non hanno dubbi sul perché cinque o sei volte l’anno si ritrovano davanti a quel forno. «Tutto è iniziato nel 2007 con la volontà di creare un gruppo missionario nell’ambito della parrocchia di San Clemente – spiega Silvia -. Eravamo molto diversi tra di noi, ma uniti dagli stessi ideali e da un’esperienza fatta con i saveriani. All’inizio abbiamo tentato diverse attività senza però trovare la nostra vera strada. Ci chiamavamo “gli strampalati” ed effettivamente un po’ lo eravamo. Poi è arrivata l’idea di fare il pane e ci ha subito appassionato: un’attività pratica, tradizionale, semplice, come volevamo».

Dal dire al fare, il passo è breve: il gruppo trova chi gli insegna come si fa il pane e anche chi gli mette a disposizione una stanza con un forno. «Non è stato tutto facile, ma abbiamo incontrato persone gentili che ci hanno aiutato e che ancora oggi ci danno la possibilità di portare avanti il progetto – spiegano -. Col tempo, attorno a noi si è creata una rete di amici e conoscenti ai quali distribuiamo rosette e filoni. Assieme al pane diamo sempre anche un aggiornamento su come il ricavato viene utilizzato per i diversi progetti. Questo per noi è davvero importante: ci confrontiamo attentamente sulle iniziative da sostenere perché vogliamo soprattutto che siano concrete e pratiche». L’arrivo dell’impastatrice, la sperimentazione – non proprio riuscita – sui bigoli, i bambini piccoli che giocano con la farina avanzata, il vicino che prepara le fassine per il fuoco, l’attività con i ragazzi del catechismo e dell’Acr, ma anche il tempo dedicato a distribuire il pane e l’impegno di esserci quando serve: sono tutte immagini che raccontano la storia di un gruppo che, senza clamore, da anni continua a sfornare solidarietà. «È il nostro modo di stare bene insieme, condividendo un’attività che ci piace e che ci dà la grande soddisfazione di fare qualcosa per gli altri». Genuini fino alla fine, come il loro pane.