Intervista

Padre Viola, vice postulatore: «Padre Uccelli è il mio angelo custode»

Venerabile Padre Pietro Uccelli, morto a Vicenza il 29 ottobre 1954
di Marta Randon

Oltre settanta famiglie incontrate percorrendo la Diocesi dall’alto in basso, da destra a sinistra per ascoltare storie di chi padre Pietro Uccelli l’ha conosciuto, sfiorato, abbracciato, chi da lui ha ricevuto un segno, una grazia, una benedizione, un miracolo. Padre Gianni Viola è il vice postulatore della causa di beatificazione del saveriano che papa Francesco ha dichiarato venerabile il 19 maggio scorso.

Il processo diocesano si è aperto a Vicenza nel 1997 e si è concluso il 19 marzo 2001. La “Positio super virtutibus” di padre Uccelli, consegnata nel 2005, è stata esaminata dai Consultori teologi il 14 settembre 2017. Il 19 maggio 2018 il Pontefice ha riconosciuto l’eroicità delle sue virtù.

«Al processo diocesano – racconta padre Viola -, il promotore di giustizia mons. Felice Cocco, ad ogni seduta mi diceva “Vediamo un po’ dove ci portano oggi i testimoni”. Furono ascoltate 70 persone che io avevo precedentemente intervistato. Fu un “viaggio” bellissimo».

Padre Gianni Viola, vice postulatore della causa di beatificazione del saveriano dichiarato venerabile da papa Francesco il 19 maggio scorso

Padre Gianni che cosa ha significato per lei occuparsi della causa di beatificazione del confratello?

«Ho potuto toccare con mano la sua santità. Ho ascoltato testimonianze meravigliose. Per me padre Uccelli è un angelo custode, un compagno di viaggio che mi avverte quando ho centrato l’obiettivo o quando ho sbagliato. Colgo i suoi segnali, in un modo o nell’altro sento la sua presenza.

Sono andato più volte dalle stesse persone per essere sicuro della veridicità della testimonianza, mentre ascoltavo e prendevo appunti ho cercato di mettere queste persone alla prova: “Signora, forse lei crede che sia davvero andata così, magari si sbaglia”. “Caro padre è lei che si sbaglia – insistevano -. Le cose sono andate esattamente come le ho detto” ».

Mi racconti qualche caso che l’ha particolarmente colpita.

«Ce ne sono a decine. Ricordo la storia di una coppia di coniugi di Isola Vicentina, residenti in via Vallugana. Il loro neonato da giorni non mangiava più, rifiutava il latte e si stava spegnendo. Il padre, disperato, andò da padre Uccelli a chiedere aiuto. Il religioso lo riproverò “Guarda che ci vuole fede”, altrimenti potevi fare a meno di venire. L’uomo scoppiò a piangere. Poi padre Uccelli chiese da dove veniva. “Da quella parte, dalle montagne” rispose l’uomo. Il Saveriano guardò in quella direzione e mandò una benedizione. Poi benedì l’uomo e gli disse di andare. Quando rientrò a casa la moglie gli corse incontro abbracciandolo: “Il bambino ha preso il biberon, sta mangiando!» urlò. Oggi quel bambino è un impresario edile. Padre Uccelli ha aiutato moltissime famiglie semplici:, invitava a parlare, ascoltava, benediva e diceva qualche parola. Non nascondeva mai la verità, anche se erano cattive notizie, come quella volta che rimase in silenzio quando una mamma gli chiese se il figlio sarebbe rientrato dalla guerra. Il più delle volte diceva: “Signora non si preoccupi, si sta risolvendo tutto”.

Nell’Istituto di Vicenza teneva sempre un piattino davanti ad una statuetta. Sopra ci metteva quello che mancava: olio, fagioli, pane. In giornata in qualche modo quella cosa arrivava. La gente avvertiva che stando accanto a lui aveva la protezione di Dio»

Padre Uccelli è stato un punto di riferimento anche per sacerdoti che poi sono diventati Vescovi.

«Mons. Elisa Dalla Costa, ad esempio, subito dopo essere stato consacrato Vescovo, è venuto all’Istituto per una settimana, per intraprendere un corso con padre Uccelli. Mons. Beniamino Socche, vicentino, che poi è diventato vescovo di Reggio Emilia, è venuto in sede l’ultima volta nell’agosto nel 1954 quando ha saputo che padre Uccelli si era aggravato. Ognuno dei due ha chiesto all’altro la benedizione, si sono messi in ginocchio e si sono benedetti a vicenda».

Quali erano i suoi doni?

«Aveva delle preveggenze, la bilocazione. Dopo la morte ci furono testimonianze di apparizioni. Era un uomo ironico, di grande preghiera. A Vicenza aveva la stanza confinante con la cappella dell’Istituto. Chiese di poter aprire una finestrella nel muro così poteva pregare anche di notte, guardando il tabernacolo. In Cina aveva la stanza da letto in sacrestia, diceva di “non poter avere una stanza più bella”. Era il saveriano che conosceva meglio il cinese. Era anche esorcista, intervenì in numerosi casi. In città era famoso per la sua bicicletta: attorno al manubrio teneva un grande rosario. Quando appoggiava la cibi al muro tutti la riconoscevano. In tasca aveva sempre una boccetta di acqua santa».

Ci sono due figure importantissime nella vita di padre Uccelli: la maestra Melania Genitoni e San Giuseppe. Che ruolo hanno avuto nella sua vita?

Padre Uccelli e Melania (di Castelnovo ne’ Monti, Reggio Emilia ndr) erano legati da un’amicizia candida. Lei aveva 13 anni più di lui ed era una figura all’altezza del saveriano. Erano un po’ come Sant’Agostino e la madre Santa Monica, San Francesco e Santa Chiara, San Giovanni Bosco e la mamma Margherita. Padre Uccelli la chiamava mamma, sorella, amica. È stata la sua benefattrice. Mantenendo la sua famiglia consentì al religioso di esaudire il suo sogno e di partire per la Cina.

Negli anni si scambiarono centinaia di lettere. Il patto era: quando si riceve lo scritto lo si legge e poi si cestina. Padre Ucceli mantenne il patto, lei no. Erano due apostoli, si incoraggiavano a vicenda. Il giudice delegato del processo, parroco di San Marco. mons. Giuseppe Ruaro che sfogliò l’epistolario mi disse: “Mi sembra di leggere il Cantico dei Cantici».

San Giuseppe era il suo santo amico. Il legame tra i due si intensificò soprattutto a Vicenza, dove questa devozione lo accompagnò quasi quotidianamente. Uccelli diceva sempre: “È merito di San Giuseppe, non mio, pregate lui».

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