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Padre Carlo Rossato racconta il “suo” Santuario

Il religioso, priore della Comunità dei Servi di Maria, sarà eletto rettore della Basilica di Monte Berico martedì 9 aprile
Padre Carlo Rossato, priore della comunità dei Servi di Maria di Monte Berico.
di Marta Randon

Martedì 9 aprile il nuovo priore della comunità dei Servi di Maria della Basilica di Monte Berico, padre Carlo Rossato, convocherà il Capitolo conventuale e verrà eletto ufficialmente nuovo rettore del Santuario.

Padre Carlo ha sulle spalle l’eredità “pesante” di padre Giuseppe Zaupa, rettore per 22 anni. Lo incontriamo una mattina, nella stanzetta nella quale riceve sistematicamente uomini, donne, giovani che desiderano parlare con lui. L’essenza della sua vocazione è racchiusa in una parola: incontro.

«Incontro persone di ogni età e classe sociale – racconta – dalla persona più semplice, all’uomo di potere. Arrivano qui per vie sconosciute, segrete e questo conferma che tutto è opera di Dio. Mi faccio raccontare, impongo loro le mani e faccio scendere la grazia di Dio. La grazia di Dio è sempre un evento che si compie sulle persone. E ogni volta mi stupisco. Dentro a questa stanza ho visto meraviglie».

Eletto «all’improvviso» priore il 26 settembre scorso dal Consiglio provinciale Veneto (al posto di padre Giuseppe Baggio, oggi suo vice), ha dovuto «rivisitare tutta la vita».

Padre Carlo è nato a Vicenza 52 anni fa e cresciuto a Cavazzale. È entrato nella comunità di Monte Berico nel 2009. Decimo di 10 figli, ha un fratello gemello. La sua è una vocazione adulta, ha preso i voti a 32 anni. «Ho vissuto tutti gli aspetti della vita da uomo; da quelli sentimentali a quelli professionali. Lavoravo come cartotecnico, disegnavo astucci farmaceutici, cosmetici, era splendido. Ero appagato ma c’era qualcosa che cercava spazio. È qualcosa che senti e non sai spiegare. È una presenza continua, un punto di domanda. È un soffio che diventa sempre più forte. La vocazione è arrivata dentro alle realtà di ogni giorno, coltivando spazi di silenzio, preghiera e ascolto». Il priore è appassionato di fotografia e alpinismo: «Avevo cominciato a fare roccia, mi arrampicavo su pareti verticali in cordata. Praticavo il calcio, il tennis. Ho coltivato l’amicizia che è il sogno di Dio».

Oggi è il “papà” della comunità. «Il priore deve essere più vicino possibile ai frati, attento ai loro piccoli segni quotidiani. Deve donare la sua presenza perché siano contenti. Nella nostra comunità il Priore non ha un’autorià assoluta. Prendiamo le decisioni insieme. Quando convoco il Capitolo conventuale prima di tutto ascolto». Non con poche difficoltà: «Le decisioni, le scelte, gli orientamenti e le revisioni a volte passano per momenti sofferti, conflittuali dove traspare un cammino di comunione ». Come in tutte le famiglie. «Non mi sento adeguato – sottolinea – però mi fido: so che, anche se tutto questo mi ha ribaltato come un calzino, ha un senso e mi affido al Signore».

Con Padre Carlo la figura del priore e del rettore tornano a coincidere come ai “tempi” di padre Giuseppe Zaupa, ora parroco a Milano. «I due ruoli dovrebbero essere separati, ma la cosa più importante è che siano in armonia. L’eredità lasciata da padre Zaupa è una grande dedizione al Santuario, tanta intraprendenza e presenza». «Il modo in cui viviamo in comunità, le relazioni e il nostro rapporto con Dio si deve riflettere nell’accoglienza con chi sale in Santuario – puntualizza-. Noi attingiamo a Maria, ai suoi sguardi e atteggiamenti. È questo che deve qualificarci. Dobbiamo essere quel segno di conforto, il segno visibile di una presenza che è mistero che si propone, dirompente. Dietro ad ogni incontro c’è un mondo. Il frate deve essere una persona riconciliata, perdonata, guarita, che abbia vissuto davvero l’evento pasquale, le sofferenze, le contraddizioni che ci portiamo dentro. Dobbiamo essere veri, trasparenti autentici e con il sorriso».