Editoriali

Dopo l’emergenza Covid, la pacificazione nel quotidiano

di Lauro Paoletto

Lo stato di emergenza per la pandemia è finito. A confermarlo due fatti dal forte significato simbolico: il 31 marzo il generale Francesco Paolo Figliuolo ha cessato il suo compito di commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell’emergenza Covid ed è stato sciolto il Comitato tecnico scientifico (Cts) che in questi due anni ha avuto un ruolo decisivo per orientare le scelte politiche.

Iniziato a fine gennaio 2020, lo stato di emergenza ha consentito al Governo e alla Protezione civile di agire con “poteri straordinari” in una stagione molto difficile e sofferta per ciascuno di noi.

Il percorso di uscita dalla pandemia non è certo concluso, ma le tappe definite dall’Esecutivo Draghi, se da un lato garantiscono una prudente gradualità, dall’altro indicano in modo preciso la fine degli obblighi (dal green pass rafforzato alla mascherina) che hanno condizionato la vita in questi 26 mesi.

L’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo ha, nel frattempo, materializzato in modo drammatico un secondo ‘cigno nero’. Questo ha, di fatto, scalzato nell’attenzione mondiale il primo rappresentato, appunto, dalla pandemia. Ma il Covid-19 non è scomparso: i contagi continuano con numeri importanti (in Italia sono 35mila i contagi quotidiani, più di mille nell’Ulss 8 Berica) con la curva che non cala. La differenza rispetto al passato è che il numero dei ricoverati invece è basso e non preoccupa. Tale dato, il più importante, testimonia il successo della campagna vaccinale. Al di là di errori politici, comunicativi e organizzativi registrati nel corso di questi due anni, è sotto gli occhi di tutti il successo della scelta di puntare sulla vaccinazione di massa e quindi sull’adozione di una serie di misure prudenziali e obbligatorie che ci consentono oggi di guardare il prossimo futuro con una certa fiducia.

La crisi pandemica ci ha confermato, peraltro, la centralità, per la qualità di vita di una comunità, della cura nelle sue molteplici espressioni. Il benessere collettivo è il risultato di una pluralità di interventi su più ambiti che si dimostrano sempre più correlati tra loro: dagli anziani ai giovani, dall’ambiente al lavoro. Tutto si tiene e si condiziona a vicenda ed è proprio della politicaavere un pensiero, un progetto e un’azione globali e inclusivi. In tale prospettiva la pandemia ci ha ricordato che davvero possiamo salvarci solo insieme e che questo avviene mettendo al centro il Bene comune, che non è la semplice somma di tanti interessi particolari, ma la sintesi delle prospettive personali e comunitarie che assume come punto di partenza quello dei più fragili. È un dato che dovrebbe essere chiaro a tutti se non fosse per il rischio di una sorta di pandemia di narcisismo che, a tutti i livelli, sembra una delle cifre di questa nostra post-modernità.

In questo scenario si è confermato il ruolo assolutamente strategico della scuola e della sanità. Non c’è benessere nè perseguimento del Bene comune se questi due ambiti sono in sofferenza e mostrano insufficienze. In tale ambito il Covid ha indicato in modo chiaro che il nostro Paese deve fare un balzo in avanti.

La pandemia ha poi catalizzato e fatto esplodere una rabbia e un risentimento che, sottotraccia, ribollivano da tempo. Il post-Covid dovrà, in questo senso, anche contemplare una pacificazione. Questa dovrà avvenire nella quotidianità, lontano dai riflettori, senza clamore, con pazienza in modo da rimarginare lacerazioni, recuperare rapporti, ritessere relazioni e rimettere al centro la comunità (anche ecclesiale), senza la quale non si salva nessuno. Anche questo è uno dei lasciti di questa pandemia che non dobbiamo dimenticare.

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