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GUARDA IL VIDEO DELLA TAVOLA ROTONDA Oratori chiusi? Don Bosco, pensaci tu!

San Giovanni Bosco illustrato da Martina Gianello di BreganzeComics per La Voce dei Berici.

Cinquant’anni fa Celentano si lamentava che non ci fosse “neanche un prete per chiacchierar”, mentre oggi il molleggiato non troverebbe nemmeno un oratorio aperto. La pandemia da Covid-19 ha necessariamente provocato la chiusura di questi spazi di formazione e aggregazione. Ma non vuol dire che gli oratori si siano “svuotati”: animatori, educatori, cappellani, religiosi stanno da un lato cercando di tener vivo un minimo di attività e dall’altro provano ad immaginare il futuro nello spirito di quel Don Giovanni Bosco che, a metà ‘800, assieme ad un gruppo di ragazzi diede vita all’oratorio come lo conosciamo oggi. Proprio la festa di San Giovanni Bosco, domenica 31 gennaio, è l’occasione che la Voce dei Berici ha voluto cogliere per mettere attorno ad un tavolo “virtuale” alcuni rappresentanti del mondo degli oratori, per provare a riflettere sul ruolo che questo spazio potrà avere quando, presto o tardi, sarà possibile tornare a frequentare i suoi ambienti.

Per avere un’idea di quanto la pandemia abbia inciso sugli oratori, basta un dato numerico: «Per quanto riguarda Noi Associazione – riferisce |don Matteo Zorzanello, presidente dell’associazione che in Diocesi di Vicenza conta 112 circoli| -, nel 2019 abbiamo raccolto 33mila soci, nel 2020 19mila e quest’anno siamo partiti solo con i direttivi tesserati, cioè con 150 soci. Dal punto di vista organizzativo, economico e numerico ci troveremo a fare i conti con una realtà diversa, quando potremo riaprire. Per questo abbiamo bisogno di ripensarci su ciò che è fondamentale».

E di fondamentale c’è senza dubbio l’attenzione alle giovani generazioni. «Le attività che stiamo organizzando in questo periodo, nel rispetto di tutte le normative anti-Covid, sono pensate soprattutto per gli adolescenti, che con le scuole chiuse non hanno altre possibilità di aggregazione» racconta |Francesca Zanotto, animatrice di comunità all’oratorio di San Bonifacio|, dove «si stanno svolgendo alcune attività di manutenzione in collaborazione con il Mato Grosso che stanno dimostrando quanta disponibilità hanno i ragazzi a mettersi in gioco e sporcarsi le mani, molta di più di quanto avveniva qualche anno fa. Bisogna dare più spazio e ascolto ai giovani, specialmente a chi frequenta l’oratorio informalmente e a volte risulta “problematico” o “scomodo” ma ha più bisogno di incontrare figure educative. Dobbiamo riaprire i nostri spazi pensando a loro».

Un’attenzione che trova risonanza nell’intuizione fondamentale di Don Bosco, «avuta quando, visitando i ragazzi nel carcere di Torino, si chiese “ma se avessero trovato un amico, sarebbero lo stesso finiti qui?” – ricorda |don Francesco Andreoli dei Salesiani di Schio|, oratorio che quest’anno festeggia 120 anni di attività -. L’idea  della prevenzione, dell’amicizia, del servizio dei ragazzi stessi verso i loro coetanei sono state le sue intuizioni».

Un’esigenza, questa, sentita anche da |Francesco Caccin, animatori di comunità all’oratorio di San Lazzaro, a Vicenza|: «Adesso è il tempo di pensare a quello che succederà dopo – riflette Francesco -. L’oratorio, che è uno spazio gratuito, sarà invaso dai ragazzi e dobbiamo tenere conto delle problematiche che porteranno con loro dopo tanti mesi di lockdown. Questo tempo bisogna sfruttarlo per lavorare sulla formazione degli animatori e degli adulti, specialmente degli adolescenti: sono formati per gestire questi ragazzi e per gestire le loro problematiche?».

«Credo che alla riapertura delle attività ci sarà un grande desiderio dei giovani di essere protagonisti, ce lo hanno dimostrato la scorsa estate, quando tantissimi si sono offerti di fare gli animatori ai centri estivi perchè non ne potevano più di rimanere chiusi in casa – racconta |Renzo Spezzati, coordinatore di “Oratori fuori”|, rete che riunisce le esperienze di sette oratori nel bassanese -. La formazione degli adulti deve essere incentrata sul riuscire a farsi un po’ da parte. Bisogna ipararare ad ascoltare i giovani e non è facile, hanno il loro linguaggio, il loro modo di porsi, ma hanno capito che hanno bisogno di questi spazi. Bisogna fare scelte coraggiose e rischiare nei confronti dei ragazzi, perché se lo meritano».

Puoi leggere integralmente l’articolo sulla Voce di domenica 31 gennaio.