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Omicidio di Giulia. Non tocca alla scuola educare ma alle famiglie

Nel diluvio di commenti sulla stampa, nei media al terribile femminicidio di Giulia Cecchettin, la giovane ingegnere di Vigonovo di 22 anni, l’intervento di gran lunga più significativo è parso quello costituito dalla lettera di Elena, la sorella di Giulia, inviata e pubblicata lunedì 20 novembre nel Corriere della sera. “Turetta non è un mostro,- ha scritto – perché i mostri sono esterni alla società, sono delle eccezioni, mentre i “mostri” sono figli sani del patriarcato”. Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura. E “nessun uomo è buono se non fa nulla per smantellare la società che lo privilegia tanto”, continua la lettera di Elena.

Parole che portano subito ad una considerazione: questa cultura non è la scuola a tramandarla, a fissarla nelle menti dei giovani maschi che crescono, ma è la famiglia. Ed allora questa richiesta collettiva, bipartisan a livello politico, generale a livello di opinione pubblica, che tocchi alla scuola il compito di educare i giovani contro la violenza di genere può apparire come il voler delegare ad altri la responsabilità di un problema, un chiamarsi fuori dalla responsabilità personale, dalla necessità invece che ognuno cambi se stesso, nella vita pubblica, ma anche nella vita privata e familiare. “Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere”, scrive con straordinaria lucidità Elena Cecchettin, sorella di Giulia. Il potere di decidere sulla libertà, sulla vita degli altri. Un potere che il giovane maschio impara come dovutogli e questo appare spesso nella vita familiare. Uno schema sottile, profondo che ha origine antiche, che passa anche attraverso schemi cultura e religiosi inossidabili. C’è stato nei mesi scorsi un incontro straordinario tra teologhe italiane e teologhe mussulmane, volto a individuare in quest’ultime un tentativo di liberazione della donna nel mondo islamico. Ebbene tutte queste teologhe, sia cattoliche che mussulmane hanno convenuto su alcune riflessioni: i testi sacri, la Bibbia, i Vangeli, il Corano, sono stati interpretati nella storia soprattutto da studiosi uomini, che ne hanno privilegiato un certo tipo di lettura. Qualcuna ha ricordato come dieci mila anni fa la divinità avesse un volto femminile e non maschile, e come le tre religioni monoteistiche ebraica, cristiana e mussulmana abbiano invece proposto l’immagine di un Dio maschile a supporto del patriarcato. Non c’è qui lo spazio per approfondire queste tematiche teologiche,( cfr il libro Teologhe, mussulmane, femministe, scritto da due studiose cattoliche Jolanda Guardi e Renata Bedendo). Ma una rivisitazione culturale all’interno delle nostre famiglie cristiane si rende necessaria, anche nelle famiglie migliori. Ma anche la scienza pedagogica e psicologica dovrebbe fare una riflessione. Si parla di mancanza della figura del padre intesa non come mancanza fisica, ma come mancanza dell’autorità di riferimento in famiglia; anche autori significativi parlano di ruolo del padre normativo, mentre quello della madre è affettivo. Oggi comunque, e questo è un segnale di speranza, ci sono sempre più coppie giovani dove i ruoli materno e paterno non sono così definiti, ma intercambiabili, dove, anche per motivi concreti, i papà fanno da mangiare, curano i piccoli, sono affettuosi con loro al pari delle mamme.

Anche nella Chiesa ci sono segnali di novità. “Dio è madre” esclamò in pubblico papa Giovanni Paolo I. Cambiamenti che sono da sostenere, da evidenziare, senza lasciarci travolgere dai colpi di coda terribili di modelli di potere patriarcali come quelli registrati nel terribile femminicidio di Giulia Cecchettin.

Silvano Bordignon, psicologo

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