Editoriali

Odio e violenza, nessuno si chiami fuori!

di Lauro Paoletto

Mentre l’Italia si appresta la corrente domenica ad andare alle urne, crescono nel Paese i segnali preoccupanti di una deriva violenta in cui l’odio per le ragioni più diverse, sembra diventato per non poche persone (giovani ma non solo) l’abito ordinario delle proprie giornate. E così, alla vigilia di un appuntamento elettorale importante, i fatti cruenti di queste settimane e i segnali del crescere di un clima d’odio rappresentano dei segnali inquietanti.

Questa violenza alimentata da un odio che non ci si preoccupa neppure più di celare, è pericolosa perché può corrodere le fondamenta stesse del vivere civile e del sistema democratico. Per tale ragione c’è da augurarsi che comunque vada il voto di domenica e lunedì, questo odio e questa violenza diventino davvero un’emergenza condivisa, che non conosce zone grigie, aree conniventi, strizzatine d’occhio per qualche voto in più magari rigato di sangue.

Le uccisioni del giovane 21enne Willy Monteiro Duarte e della giovane ventenne Maria Paola Gaglione a Napoli sono episodi diversi, ma sono solo gli ultimi di un drammatico rosario che mostra come per molti odiare sia normale e aggredire l’altro fino anche ad ammazzarlo, il sistema ordinario per punire chi è il motivo dell’odio. Non si può non leggere in tutto questo una china pericolosa che deve interpellare tutti, prima che diventi un’onda che non si riesce più ad arrestare.

Certo le ragioni di tutto questo odio sono molteplici: l’emergenza sociale, la crisi economica, le diseguaglianze che, se possibile, la pandemia ha reso ancora più marcate, il degrado. In tutto questo è evidente anche un’emergenza educativa che pure interpella ciascuno di noi e ogni realtà che contribuisce quotidianamente a costruire il tessuto connettivo del Paese.

La politica su questo non deve lasciar dubbi e deve rifiutare qualsiasi riferimento, simpatia, aggancio a esperienze violente e di odio che la storia ha già condannato in via definitiva. Su questo ci piacerebbe vedere una maggiore determinazione e chiarezza. Alla politica e a chi sarà eletto (di qualsiasi partito) chiediamo questo.

Ma non basta. Non basta chiederlo ai politici. C’è una resposabilità civile che riguarda le varie realtà sociali e culturali. Per tale ragione deve esserci un rinnovato impegno da parte di ciascuno a ricucire il tessuto spesso lacerato dei nostri paesi.

Su tale versante le nostre comunità cristiane negli anni hanno dato molto, contribuendo in modo decisivo con gli oratori, le associazioni parrocchiali, le attività formative e ricreative a far crescere comunità vere, attente a chi è più fragile, capaci di includere e così spegnere sul nascere possibili focolai di odio. In questo senso c’è bisogno di una rinnovata azione culturale e di ricucitura.

Oggi è il tempo di rilanciare in modo nuovo questi luoghi e questi percorsi educativi, di stringere nuove alleanze per ritessere relazioni positive, virtuose, capaci di essere attente innanzitutto a chi è più debole. Certo l’ambito ecclesiale è diverso, talvolta anche è in difficoltà e il contesto complessivo, per molti versi è più complicato. Ma le risorse sono ancora molte e con esse la creatività. Il Covid-19 non ha sepolto la speranza: sta anche a noi saperla coltivare e farla germogliare. Perché fermare l’odio e la violenza è un imperativo che riguarda tutti.

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