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Occhetta: «Lavoro e ambiente le riforme più urgenti»

di Lauro Paoletto

Francesco Occhetta, gesuita, autore del recente “Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi” (Edizioni San Paolo), giovedì 16 gennaio è stato relatore dell’incontro dal titolo “Umano nella città. Pensare e agire per il bene comune” organizzato da Centro San Paolo, la Voce dei Berici e Pastorale sociale con il patrocinio di Ucsi Veneto. L’appuntamento è stato al Centro culturale San Paolo in viale Arturo Ferrarin 30, Vicenza. Classe 1970, autore per La Civiltà Cattolica, Occhetta dal 2018 è direttore didattico dei Corsi in Dottrina sociale della Chiesa della Fondazione vaticana Centesimus annus pro Pontifice. Gli abbiamo fatto alcune domande. 

Il riconoscimento della dignità della persona come criterio ispiratore della politica è oggi messo in discussione. “L’umano” sembra marginale nelle politiche del nostro Paese e dell’Europa. Come mai?

«La coscienza sociale ha smesso di cercare il vero e si è assopita, ipnotizzata da altri interessi. La dignità umana è stata posta al centro delle Carte internazionali e delle costituzioni dopo la Seconda guerra mondiale, quando il numero di morti aveva fatto dire a vincitori e a vinti “È meglio la pace della guerra”. Con il passare del tempo si è pensato che questo fosse un dato acquisito per sempre. Invece se la politica non custodisce la memoria, si potrebbe avverare quello che diceva Primo Levi: “Ciò che si dimentica, potrebbe ritornare”. Nell’esperienza del cattolicesimo democratico la democrazia non è solo procedura, perché rispettando le regole Hitler, Mussolini e altri leader totalitari hanno scalato il potere. La democrazia è, invece, sostanza, valore e difesa della dignità della persona che significa rispettare tutti allo stesso modo senza differenza di ceto, sesso e luogo di provenienza».

In tale contesto si affermano i populismi. Quali sono le loro caratteristiche e i rischi che presentano?

«I populismi sono come delle burrasche che si infrangono sui governi e le istituzioni, inclusa la Chiesa e tutti gli organi di rappresentanza. Sono movimenti che appaiono ciclicamente nella storia, nei primi anni del Novecento, la crisi di Wall Street nel 1929 e i fallimenti della tedesca Danat-Bank nel 1932 hanno, per esempio, generato una stagione di populismi sfociata nei totalitarismi. Se anche la storia non si ripete, oggi come allora sono comparse condizioni storiche simili: un alto tasso di disoccupazione, le migrazioni, il desiderio dell’uomo forte, la crisi nel costruire organi di governo sovranazionali, l’aumento delle spese militari. Nel volume “Ricostruiamo la politica” distinguo dieci caratteristiche che alimentano i populismi in Europa: dalla negazione del pluralismo alla venerazione dei leader, dalle forme di democrazia diretta alla disintermediazione del potere in cui gli enti intermedi non sono più interlocutori e così via. È un insegnamento che molti gesuiti mi hanno lasciato: in politica distinguere è libertà, fondere è schiavitù».

Come il Bene comune può tornare a ispirare l’agenda politica?

«Per i populisti, il popolo deve rimanere un oggetto. Per la Dottrina sociale della Chiesa, deve essere un soggetto morale, quando poi si rema verso la stessa direzione allora si costruisce bene comune. La tradizione europea del personalismo cristiano ci ricorda una via feconda: la costruzione di comunità politiche che fanno dei cittadini una comunità di soggetti morali, liberi e pensanti. La comunità, infatti, ha le sue regole, non ammette divisioni e chiede di lavorare per il bene comune.

Il popolo, invece, è utilizzato strumentalmente dai potenti e dai prepotenti per i propri fini, come ha scritto Zagrebelsky: «Il crucifige! fu un urlo unanime […]. Quella folla non era un soggetto, ma un oggetto. Una folla di questo genere era per sua natura portata all’estremismo, alle soluzioni senza sfumature, prive di compromessi». Per questo occorre vigilare, altrimenti il debole e il giusto pagano il conto per tutti».

L’Italia sembra bloccata da una politica incapace di esprimere una idea di Paese, di comunità condivisa. Quali sono secondo lei le riforme di cui ci sarebbe assoluto bisogno per – come si dice – “far ripartire” l’Italia?

«Anzitutto il lavoro e il tema ambientale, poi la giustizia in cui la vendetta lasci spazio alla riparazione della pena e alla riconciliazione delle tensioni sociali. Sono urgenti le riforme costituzionali, ormai dimenticate dopo il referendum del 2016, e occorre scegliere quale modello di integrazione dare agli immigrati. Occorre poi contrastare la denatalità e gestire la longevità: siamo il Paese più longevo al mondo con il Giappone e nelle case degli italiani ci sono 402 mila badanti. La famiglia italiana ha cambiato natura, ha indebolito la rete di solidarietà. Ci sono un milione di nuclei mono parentali, il 7% delle famiglie è ricomposto. In quanti cureranno i loro anziani tra qualche anno? Lo spazio delle città va ripensato a partire da come faremo vivere i nostri anziani. Occorre poi ridurre le diseguaglianze: la differenza di stipendio tra un manager e un operaio è esorbitante, mentre negli studi professionali i giovani ricevono paghette. Sono troppe le persone povere intrappolate nelle catene della dipendenza, nel giro dell’usura.  Sui temi di bioetica la deriva dell’eutanasia si impone senza dibattito, segno di un Paese vecchio nel cuore che invece di investire sulla vita è disposto a negarsela. 

Il Paese si è frammentato e la politica è chiamata a ricostruire un “noi sociale”».

In questa fase così delicata, dominata da un forte disorientamento, che ruolo possono avere i credenti? Qualcuno ritiene che si debba ripartire da un nuovo partito di ispirazione cristiana. Lei cosa ne pensa?

«Penso che l’urgenza sia la formazione. Prima di sognare i frutti occorre scommettere sulla semina, quella del partito unico è solamente un miraggio di un’oasi in mezzo al deserto.

La testimonianza cristiana è da sempre politica. Come dibattito all’interno del mondo cattolico ci siamo bloccati sulle politics, la ricerca del consenso, essere o non essere un partito, una presenza omogenea in Parlamento, cosa la gerarchia possa dire ai laici sulla politica – per esempio in un sinodo – e così via. Tutte cose buone.

Io da tempo vedo che funzionanano le policy del mondo cattolico, le competenze, i luoghi e le soluzioni che abbiamo per risolvere i problemi complessi che coinvolgono la società, l’economia e la tecnologia.

È per questo che rilanciando il dibattito sul “cosa” sarà molto più semplice capire il “come”. Siamo figli di un metodo che Sturzo ci ha lasciato e nel volume riprendo: la ricostruzione del centrismo, come meta-categoria politica, basata sullo spirito riformista, l’interclassismo, la coesione sociale, la centralità della persona e la cultura della mediazione.

Questo non vuol dire accontentare tutti, ma rappresentare tutti, in particolare le minoranze che oggi non hanno diritto di parola. Se le scelte politiche non intersecano questa area, si è fuori dal quadro democratico.

Più che lamentarsi ed entrare in strade senza uscita, io vorrei che questo seme servisse alle generazioni per parlarsi, perché i giovani sono bravi, ma non sono liberi e a loro non sono date le condizioni per assumersi responsabilità».