Editoriali

Non possiamo tacere ciò che ci arde in cuore

di Agostino Rigon*

Siamo finalmente giunti all’Ottobre missionario, tanto atteso per tutti noi che abbiamo a cuore la missione e la vita che scaturisce da tutti suoi testimoni e profeti.

Anche quest’anno ci mettiamo in ascolto delle parole di papa Francesco che ci ha scritto una vera e propria lettera d’amore. Con il versetto degli Atti degli Apostoli: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” ci ricorda che noi “non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore”.

Nessuno di noi può dunque tacere ciò che gli arde nel cuore. Sì, perché la missione è una grande storia d’amore e oggi, in questo contesto di pandemia che ha portato dolore, disincanto e disorientamento nelle nostre vite, la missione come compassione diventa sempre più urgente, necessaria e insostituibile. Per questo vorrei gridare al mondo le parole della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “Non c’è fine al mio stupore… ascolta come mi batte forte il tuo cuore”. Questi due versetti sono una meravigliosa sintesi della Missione di Dio fra gli uomini e della missione di noi cristiani nella storia di oggi, perché – come ci ricorda papa Francesco – “quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio, quando riconosciamo la sua presenza di Padre nella nostra vita personale e comunitaria, non possiamo fare a meno di annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato, «siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (FT, 68)”.

Per questo abbiamo urgente bisogno di cuori capaci di spingersi alle periferie del mondo, facendo sbocciare il quotidiano miracolo della gratuità, perché “il mettersi in stato di missione è un riflesso della gratitudine” (Messaggio alle POM, 21 maggio 2020). È una chiamata rivoltaa tutti, anche se non nello stesso modo. Ricordiamo che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città o nella propria famiglia. C’è un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico,bensì esistenziale. Sempre,

ma specialmente in questi tempi di pandemia, è importante aumentare la capacità quotidiana di allargare la nostra cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non li sentiremmo parte del “nostro mondo di interessi”, benché siano vicino a noi.

Vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella. Che il suo amore di compassione risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari!

Un ultimo pensiero desidero rivolgerlo a ciascun missionario e missionaria della nostra diocesi, fidei donum, religiosi e laici (circa 600 in tutto il mondo) e ricordare con commozione e riconoscenza tutti coloro che sono rientrati, anziani, ammalati o che ci hanno lasciato in questo anno.

Con loro, come un’unica fiamma, chiediamo al Signore di diventare luce di fraternità, di nuova calda umanità e di preghiera che non conosce confini e si fa un tutt’uno con la luce dei nostri fratelli e sorelle, testimoni e profeti.

*direttore Ufficio diocesano per la pastorale missionaria

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