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«Nella terra di Abramo il viaggio più importante di Francesco»

Ne è convinto il vescovo di Lodi Maurizio Malvestiti, per 21 anni in servizio alla Congregazione delle Chiese orientali. Bergoglio sarà in Iraq dal 5 all'8 marzo. Visiterà Baghdad, Najaf, Ur, Erbil, Mosul e Qaraqosh.
di Andrea Frison

C’è un ricordo doloroso nei 21 anni di servizio trascorsi da mons. Maurizio Malvestiti alla Congregazione per le Chiese Orientali. «Nel 2010 si è svolto il Sinodo per la Chiesa in Medio Oriente, conclusosi il 24 ottobre – racconta il prelato, oggi Vescovo di Lodi -. La domenica successiva i terroristi presero d’assalto la cattedrale siro-cattolica di Baghdad, uccidendo 48 persone. Ricordo le fotografie dei giovani preti assassinati mentre facevano scudo con il loro corpo per proteggere i fedeli». Il teatro del massacro sarà una delle tappe che papa Francesco toccherà nel suo viaggio in Iraq dal 5 all’8 marzo, uno dei luoghi dove risuonerà più forte il messaggio di fratellanza che il Santo Padre porterà nella terra dove, con Abramo, «ha preso una “svolta di popolo” – potremmo dire – la storia della salvezza».  

«Il significato del viaggio sta nel motto che accompagnerà il Papa: “Siete tutti fratelli” – prosegue Malvestiti -. Il Papa intende dare una dimensione spiccatamente interreligiosa al viaggio, in linea con la dichiarazione firmata all’università di Al Azar, in Egitto. Per questo il viaggio è di interesse per il mondo intero, non solo per l’Iraq che pure ne riceverà una grande consolazione. Penso che sarà il viaggio più importante di Papa Francesco: l’Iraq ci riporta ad Abramo, padre delle tre religioni monoteiste, unico padre “storicamente” riconosciuto da ebrei, cristiani e musulmani. La dimensione interreligiosa dell’Iraq è ineludibile, un unicum. Giovanni Paolo II avrebbe voluto visitarlo, ma non gli è stato possibile, a causa delle guerre».

Le guerre di Saddam Hussein, l’invasione degli Stati Uniti e, poi, l’ascesa dell’Isis hanno impresso, nel mondo occidentale, l’immagine di un Iraq ad esclusiva presenza musulmana, attraversata dalla diatriba tra sciiti e sunniti. Ma l’Iraq non è solo musulmano, «era il Paese orientale con la più alta presenza cristiana insieme al Libano – racconta il Vescovo di Lodi -. Quando ho iniziato il mio servizio alla Congregazione per le Chiese Orientali, nel 1994, i cattolici erano circa un milione, per la maggioranza caldei che provengono dall’evoluzione socio-politica di cui dà testimonianza la Bibbia, ai quali si affiancano i siro-cattolici, gli armeni e i latini, non senza talune gelosie identitarie e tribali, va detto. La fede cristiana è fiorita addirittura in epoca apostolica. Si tratta di una componente evidente riconosciuta anche dalle autorità musulmane fin dalle origini. Durante gli anni di Saddam Hussein, che si dice avesse ascendenze cristiane da parte materna, lo stesso dittatore rispettava i cristiani come elemento di equilibrio tra le varie componenti socio politiche del Paese. È nota l’identità cristiana del suo ministro Tarek Aziz».

La piaga che affligge la comunità cristiana irachena, cattolica e ortodossa, «è l’emigrazione che fa crescere la diaspora a detrimento purtroppo della madrepatria – spiega Malvestiti -. Le guerre, la violenza dell’Isis, hanno spinto migliaia di cristiani a fuggire dal loro Paese. A San Diego, in California, la comunità caldea della diaspora conta circa 80 mila persone e a Detroit un numero ancora maggiore. Nel nord Europa stanno portando vitalità nelle chiese, come mi raccontano alcuni amici Vescovi scandinavi. Ma non so, alla lunga, quanto sapranno reggere nella nostra società scristianizzata». Le cose, negli ultimi anni, sono peggiorate. «Nel 2014 eravamo in contatto quotidianamente con le comunità della piana di Ninive: nessuno credeva che l’Isis sarebbe arrivato fino a lì. Ma la delusione più grande per i cristiani è stata vedere i loro vicini di casa che gli voltavano le spalle: erano abituati a mandare i figli nelle stesse scuole, a partecipare reciprocamente alle feste religiose. Ora che i cristiani stanno tornando, trovano le loro case e i loro averi saccheggiati e in mano di altri. La pacificazione sarà un percorso lungo e difficile». Per questo il viaggio del Papa è importante: «Quello dell’Iraq – conclude mons. Maurizio Malvestiti- è un patrimonio multi-religioso che come umanità non possiamo perdere».