Intervista

«Nei social Dio è vivissimo». Parola di padre Enzo Fortunato

Francescano, amante del web, giornalista e scrittore, il religioso è stato parteciperà a "Relazionésimo", in Fiera a Vicenza, il 17 luglio.
Padre Enzo
di Andrea Frison

Tra gli uomini e le donne di oggi «c’è una solitudine molto profonda e c’è un grande bisogno di Dio». A dirlo è padre Enzo Fortunato, scrittore, saggista, tra i volti più noti del francescanesimo grazie anche al suo attivismo sui social che l’hanno portato ad essere un punto di riferimento per centinaia di migliaia di persone. Padre Enzo, dei frati minori conventuali, sarà a Vicenza il 17 luglio, ospite di “Relazionésimo”.

Padre Enzo, il successo di un religioso come lei sui social network dice che c’è un grande bisogno di spiritualità. È d’accordo?

«Credo che le dinamiche di questo successo siano due. La prima è che al giorno d’oggi c’è una solitudine molto profonda che desidera essere colmata e che chiamo “voce interiore”. Se siamo capaci di ascoltare la nostra solitudine e di dialogarci non solo diventa compagnia ma luce che illumina il cammino. Siamo capaci di grandi viaggi, come scriveva Marco Aurelio nel suo diario, ma siamo incapaci di varcare quei pochi centimetri che ci separano dalla nostra interiorità. Ecco allora che i social diventano un viaggio che conduce ad attraversare la propria interiorità. A volte nei social si cerca proprio questo: un’esperienza che però deve diventare rete di persone, rete di solidarietà».

C’è posto per Dio nei social?

«C’è un forte bisogno di Dio. Di fronte ai “soloni” che vogliono farci credere che Dio è morto, io posso dire che Dio è vivissimo da quello che vedo nei social. Nel nostro Paese c’è un fiume di brava gente che vive con serenità e in maniera edificante la propria fede. Una mamma mi ha scritto di recente che ha perso il proprio figlio: “Sto in un tunnel – mi ha detto – so solo che se lo attraverserò incontrerò la luce”. Ecco, questa donna vive l’esperienza della croce e la trasmette con un’affermazione semplice ma fortemente teologica».

A proposito di tunnel, l’umanità ne sta affrontando molti: il cambiamento climatico, la pandemia, la guerra (quella vicina a noi in Ucraina ma anche quelle sparse nel mondo). Come può aiutarci la spiritualità ad attraversare questi tunnel?

«Io vedo che dove c’è spiritualità, c’è serenità, capacità di affrontare i problemi, di dare senso e significato agli eventi dolorosi o gioiosi che accadono. Dove non c’è spiritualità colgo il caos, dispersione, incapacità di affrontare la vita, ripiegamento su se stessi. Ma dobbiamo anche domandarci: che tipo di spiritualità viviamo? C’è la spiritualità di chi guarda la statua della Madonna messa in una nicchia e lì rimane. Ma c’è anche chi vede Maria in una donna affaccendata in casa con il proprio figlio. È quel vivere di Maria nella casa di Nazareth che dà senso a tutte le nostre faccende quotidiane: prendersi cura, stare accanto, saper soffrire per il figlio, saper accogliere i sogni dei figli. Questo per dire che esiste una spiritualità feriale o una spiritualità slegata dalla vita quotidiana».

Secondo lei questi discorsi che valore hanno per i non credenti?

«La spiritualità ce l’abbiamo tutti. L’altra sera ero a cena con un non credente. Ogni sera commento il Vangelo in diretta e gli ho chiesto la pazienza di aspettarmi per la durata del commento. Invece ha voluto partecipare anche lui. Commentavo il Vangelo in cui si chiede ai discepoli in missione di non portare con loro né oro, né argento, né due tuniche. Alla fine ho chiesto un commento anche al mio ospite, e lui ha detto: “Credo che Gesù chieda ai suoi discepoli di andare incontro all’altro senza pregiudizi”. In questa frase ci ho trovato un’esegesi evangelica stupenda. Dobbiamo vedere il dialogo come un arricchimento del cammino».

C’è un tema molto pressante, quello del cambiamento climatico che chiede agli esseri umani di trovare un nuovo equilibrio con il creato. La spiritualità può aiutarci in questo?

«Rispondo prendendo spunto dal francescanesimo: il più grande inno alla vita è “Il cantico delle creature” di San Francesco, a cui anche il Papa ha attinto per la sua enciclica “Laudato sì”. Quel testo fa due cose: la prima è immettere nella nostra vita la capacità dello stupore di fronte alla creazione. La seconda è esortare al rispetto dell’ambiente che ci circonda. Abbiamo visto le catastrofi che sta provocando non rispettare la terra. Il monito di San Francesco mantiene la sua attualità. E, come ci ricorda il Papa, l’uomo è la prima vittima di un ambiente non rispettato e non amato».