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Mons. Pizziol: «Ora Messe più ricche di fede e carità»

di Andrea Frison

Il tempo della quarantena è coinciso con quello della liturgia: «Abbiamo iniziato il digiuno eucaristico in quaresima, abbiamo vissuto nel “nascondimento” il tempo di Pasqua come gli apostoli nel cenacolo e ora, con l’arrivo della Pentecoste è arrivato il tempo di uscire». È una lettura spirituale quella che il vescovo Beniamino fa di queste giornate, nelle quali le parrocchie hanno ricominciato a celebrare Messe con la partecipazione dei fedeli dopo quasi tre mesi di sospensione.

In questi giorni tra i fedeli c’è la gioia per poter tornare a celebrare la Messa ma anche la preoccupazione per la pandemia ancora in corso. Lei con che stato d’animo sta vivendo la riapertura delle messe al popolo?

«Con una serena preoccupazione. Dopo aver avuto la grazia di celebrare tutti i giorni a Monte Berico, con la Comunità dei Servi di Maria, da lunedì ho ripreso a celebrare in Cattedrale con le dovute precauzioni. Ho rivisto con gioia i volti delle persone che avevo lasciato tre mesi fa e che costituiscono la mia piccola comunità della Messa mattutina. Non molte persone ma una comunità reale. Lentamente si ricomincia, ma le mascherine e i guanti ci fanno capire che dobbiamo fare un lungo cammino per arrivare a una celebrazione che garantisca serenità e sicurezza».

Il vescovo Beniamino ha ripreso a celebrare il 18 maggio in Cattedrale

Non mancano perplessità, anche tra i preti. In particolare ci si chiede se una eucaristia celebrata con guanti, mascherine e distanziamenti possa essere considerata “dignitosa” liturgicamente. Cosa ne pensa?

«Il soggetto fondamentale della liturgia è la Santissima Trinità: Padre, Figlio, e Spirito Santo che si donano e si rendono presenti, in modo speciale, al popolo dei credenti. La liturgia è sempre divina e umana, è azione di Dio che chiede la partecipazione responsabile di uomini e donne. Dentro la liturgia portiamo tutto il nostro umano, come persone, come comunità, come società. Il credente deve far di tutto per celebrare con dignità e responsabilità la liturgia, ma essa non dipende dal suo modo di vestire, di essere e di atteggiarsi. Neppure un santo celebra una liturgia perfetta perché essa è, anzitutto, dono e grazia di Dio. Forse che prima del Coronavirus, tutte le nostre liturgie erano sempre così dignitose? Funerali dove non c’è risposta, matrimoni dove si chiacchiera, cresime dove ci si distrae con tanta facilità… Certe vicinanze fisiche, inoltre, nascondono distanze psicologiche, caratteriali, sociali, e a volte anche politiche… La dignità della liturgia non è impedita dalle mascherine ma dalle “maschere” che ognuno porta sempre con se’. Si può essere distanti fisicamente e vicini spiritualmente e viceversa. Una volta ho portato la comunione a una persona colpita da un infarto, che si trovava in terapia intensiva: ho dovuto indossare camice, cuffietta, guanti, copriscarpe, mascherina… ma ha ricevuto la comunione con grande fede e intensità spirituale, che non sono state impedite da questi accorgimenti necessari per tutelare la sua salute e anche la mia. Non esistono liturgie perfette, finché siamo in pellegrinaggio su questa terra, esse sono fatte da uomini e da donne che portano dentro tutta la loro umanità e fragilità, insieme alla bellezza e alla dolcezza dello spirito. Mi auguro che questa pandemia possa provocare un re-inizio nella celebrazione della liturgia, più ricca di fede, di speranza e di carità, e che riusciamo a fondare le nostre celebrazioni su Dio e sulla sua Parola e non sui nostri individualismi e narcisismi».

Si è ripetuto spesso in questi giorni che l’eucaristia è il “culmine della vita cristiana”: può spiegarci cosa si intende? Sembra si voglia dire che la fede cristiana possa dirsi “a posto” quando c’è la partecipazione alla Messa: è così?

«La liturgia è culmine e fonte. Culmine vuol dire che è punto di arrivo di un cammino che viene compiuto durante tutta la settimana, ogni giorno, ogni ora, nel modo di vivere, di pensare e di agire secondo gli insegnamenti di Cristo. Si tratta di un processo che trova la sua verifica nell’eucaristia, che è sicuramente il sacramento più importante della vita di un cristiano, ma che non può esistere da solo, non può essere staccato dall’impegno quotidiano. Nel momento in cui diventa l’espressione massima e più bella della vita della Chiesa, l’eucaristia diventa allora fonte, origine, per il tempo che si apre davanti. L’eucaristia ha senso perché è dentro la vita, altrimenti rischia di diventare un atto sacrale, staccato dalla vita: l’eucaristia esige la vita e contribuisce ad alimentarla».

Che senso può assumere nella vita della comunità la Messa celebrata solo per alcuni, quelli che potranno entrare in Chiesa?

«Una prima verifica si potrà fare solo dopo domenica 24 maggio. Non sono convinto che le persone si riverseranno nelle chiese, alcune sono ancora ammalate, altre hanno timore del contagio. Chi parteciperà dovrà entrare in chiesa con molta umiltà e disponibilità. La salute è un bene per tutti, facciamo il possibile per tutelarla, senza ossessione o superficialità, ma con responsabilità».

L’alternativa della Messa in streaming può essere ancora una possibilità valida?

«La Messa in streaming non è alternativa alla Messa a cui partecipano i fedeli nelle chiese. Le Messe in streaming sono di aiuto spirituale a coloro che sono impediti, per vari motivi, a partecipare alle celebrazioni liturgiche con la propria comunità, come è successo, in modo imprevisto, in questi mesi: ci hanno permesso di raggiungere un importante numero di persone. Queste Messe in streaming sono state di conforto e di sostegno agli anziani, a chi vive nelle case di riposo, soprattutto a tante famiglie, a tanti ragazzi, giovani e adulti e anche a qualche non credente: la Parola di Dio, se ascoltata e accolta con cuore aperto, provoca sempre un cambiamento nella vita, una conversione».

Alcuni preti hanno sollevato, anche sul nostro settimanale, il tema del coinvolgimento dei fedeli in una decisione apparsa a volte di esclusivo appannaggio dei Vescovi. Cosa ne pensa?

«La stessa critica è stata fatta al Governo: “ha deciso tutto lui”. I vescovi sono stati accusati perché hanno dovuto accettare quello che il Governo imponeva. Però quando si sono risentiti, c’è stata una sollevazione da parte di alcuni. Stiamo vivendo una situazione di emergenza, in cui tutti dobbiamo sentirci responsabili a livello personale, comunitario e sociale, e si deve cercare, in tutti i modi e in tutti i luoghi, di ascoltare prima di decidere, ma alla fine spetterà sempre a poche persone prendere delle decisioni. Personalmente ho ascoltato tanti preti e laici per telefono o via mail, i vicari foranei,  che a loro volta mi portavano le opinioni dei fedeli. Mi auguro che da questa emergenza scaturisca un modo di partecipare più responsabile, più sinodale, da parte di tutti, a partire anche dai Vescovi ma non solo da loro».

Al di là delle messe, in molti guardano ai mesi estivi nella speranza di poter svolgere qualche attività come ritiri e campiscuola. È bene coltivare la speranza o per ogni attività occorrerà aspettare settembre?

«Mi auguro che piccole esperienze, più ridotte ma più intense, possano avere luogo. Questa pandemia ha provocato più coscienza, più riflessione, più ricerca dell’essenziale. Anch’io dipendo dalle normative che arrivano, ma da quello che sento e leggo mi pare che piccole esperienze ben pensate e  ben organizzate, siano possibili».