Cultura
È uscito recentemente "lei", per Guanda

Maria si racconta in prima persona nell’ultimo libro della Veladiano

di Enrico Zarpellon

Sono una donna corale. Si presenta così Maria, la protagonista di Lei, ultimo romanzo di Mariapia Veladiano (Guanda, 171 pp., 17 euro) che torna in libreria affrontando una storia potentissima quanto delicata da maneggiare. È proprio lei, Maria, madre di Gesù, a raccontarsi in prima persona, aggiungendo la sua voce a quelle di coloro che in ogni tempo l’hanno narrata, in una coralità dove chi legge si sente accolto e ospitato.

È magnetica la voce di questa ragazza che diventa madre di un Bambino che mi genera da nove mesi; un racconto che poggia sul cardine dell’annunciazione dell’angelo, dove fin da subito traspare la personalità viva di Maria, che con ironia sembra scrollarsi di dosso anche certe briglie devote con cui noi ci abituiamo a contenerla (Perché mi pensate silenziosa?). Da lì seguiamo la vicenda di questa donna, madre e discepola di suo figlio, e siamo con lei mentre insieme a Giuseppe accoglie la promessa, mentre accudisce il Bambino (così simile agli altri eppure così nuovo) e nella vita di ogni giorno parla con lui, lo educa al gesto quotidiano di spezzare il pane a tavola, lo guida a osservare l’azione del lievito nella pasta, e come il fico produce frutti. Siamo con lei quando Gesù si allontana da Nazaret e si sposta insieme ai discepoli, siamo con lei a Gerusalemme, sotto la croce e davanti all’abisso del sepolcro (Qualcuno dica come si può sopravvivere a un figlio che muore). Una madre che non teme di affrontare Dio e di chieder conto del dolore indicibile, ricordando in questo, per certi versi, la protagonista di un precedente romanzo di Veladiano, Il tempo è un dio breve.

L’intreccio non segue cronologicamente la vicenda di Gesù ma si sposta agilmente nel tempo e nei luoghi, attraversando l’intero spettro dell’esperienza umana. Eppure in questo movimento sembra di cogliere un’oscillazione che ritorna alla nascita e alla morte di Gesù, e ci riporta nella profondità del mistero dell’incarnazione. Un altro “basso continuo” che abita le pagine del romanzo (così come molte pagine dei Vangeli) è la domanda sull’identità di Gesù, domanda che come una spoletta percorre il telaio, intreccia e tesse una vita intera. Chi sia Gesù se lo chiedono Maria e Giuseppe, che a loro volta vengono interrogati dagli altri personaggi che si susseguono nella loro ostinazione insensata di voler capire, umanamente capire qualcosa di più su quest’uomo che forse è il Messia: Vuole sapere chi è mio figlio. Vuole sapere chi è Dio. Il Battista, Nicodemo, Giovanni, Giuda, tutti giungono da Maria carichi di domande che sono in fondo anche le nostre di lettori, tentati di affacciarci su un ipotetico “dietro le quinte” della vicenda di Gesù. Lei, Maria, ha in fondo una sola risposta, rilanciata a quell’onnicomprensivo “voi” (voi che pensate di sapere) a cui ella stessa torna a rivolgersi: Si può amare senza sapere, si può credere senza poter capire, per amore di una parola che aveva seminato perdono prima che le colpe venissero commesse.

Veladiano tocca forse il vertice nelle sequenze finali del libro, in cui la madre racconta i giorni tra la morte e la risurrezione del figlio: È capitato senza che io vedessi. Ero vicina, immobile sotto la croce e lui è risorto mentre io dormivo e sognavo il suo tornare. Significativamente sono queste le pagine intitolate “Attesa”, e non quelle iniziali della gestazione, a dirci ancora una volta e attraverso la splendida voce di questa umanissima e quasi divina Maria, piccola mamma che sta salda nell’attesa, che la nuova vita del Risorto è piena e per sempre.

Fin dalla splendida copertina viene chiarito che si tratta di un romanzo; ma è un dono della letteratura restituire la vertigine che coglie davanti a un Dio che si coinvolge così tanto con gli uomini e le donne di quella storia e di ogni tempo. Mariapia Veladiano riesce nell’impresa di offrirci questo dono, con un timbro riconoscibile capace di miscelare prosa e poesia (alcuni capitoli sono in versi), con intelligenza delle fonti e libertà creativa, con un passo sicuro e leggero che sembra echeggiare quello di Maria che “si alzò e andò in fretta”. C’è insomma di che essere grati, anche a lei.