Intervista

Marco Trabucchi, psichiatra, esperto di anziani: «La solitudine è l’unica salvezza»

Il presidente dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria: «Alla fine di tutto questo saremo completamente diversi, la famiglia sarà cambiata, sperando che i nonni siano ancora molti. Anche l'organizzazione civile sarà modificata, il nostro modo di muoversi, di viaggiare. Spero in una società più attenta e gentile. Tutti non vedremo l'ora di abbracciarci»
Marco Trabucchi, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia e presidente dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria.
di Marta Randon

«In una casa di riposo di Brescia i medici fanno gli straordinari imboccando gli anziani, anche il direttore generale sta dando il suo contributo in corsia. Nel Vicentino l’assenteismo non esiste più. Il Coronavirus ha portato attorno a noi tanta generosità ed altruismo. Grazie infinite a medici, infermieri, anestesisti, operatori sanitari, ma anche alla gente comune che si mette a disposizione dell’altro». Lo psichiatra Marco Trabucchi, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia e presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, già professore ordinario di neuropsicofarmacologia nell’Università di Roma “Tor Vergata”, trascorre questi giorni di reclusione forzata al telefono sostenendo colleghi stremati da turni infiniti ed emergenze. Nella “sua” Lombardia la situazione è particolarmente critica. «Oggi (venerdì 13 marzo) non vedo nessuno spiraglio; speriamo solo che il virus non si diffonda al sud, perché sarebbe una carneficina senza barriere. Gli anziani sono al centro della crisi. Il mio lavoro è quello di sostenere colleghi disperati, in particolare nelle residenze per anziani dove mi dicono essere “soli, insufficienti, impotenti, impauriti”. Non li avevo mai sentiti piangere» confida il medico. «Questa nuova realtà – continua – sta suscitando grande preoccupazione oggettiva, perché la fragilità intrinseca degli anziani li espone a maggiori rischi per la sopravvivenza. Il problema principale è la mancanza di certezze sull’evoluzione del Covid-19, su quando compaiono i primi sintomi. Fino a che punto dell’evoluzione clinica, ad esempio, è legittimo tenere un anziano nella casa di riposo, prima di inviarlo in ospedale? Da chi dipende l’eventuale decisione? Quelli che perdono tempo in inutili discussioni teoriche non hanno ancora capito cosa avviene oggi intorno a loro». 

Professore, oltre che nelle residenze, ci sono migliaia di anziani a casa, soli. Per tutelarli dobbiamo abbandonarli.

«È una grande incongruenza, creare solitudine per proteggere. Come Associazione italiana psicogeriatria abbiamo combatutto un dura battaglia contro la solitudine costruendo reti e ponti. Adesso la solitudine è la salvezza. Psicologicamente è pesantissimo. Siamo soli in casa ma per fortuna ci sono tantissime persone che si sono messe a disposizione dell’altro, la vicina, l’associazione; poi ci sono le telefonate, i messaggini, le videochiamate. Fortunati i nonni che hanno avuto nipoti che hanno insegnato loro ad utilizzare la tecnologia». 

A proposito di nonni. Le famiglie senza il loro supporto sono in ginocchio.

«È la situazione assurda di questi giorni. Bimbi a casa da scuola, anziani isolati».

Il Covid-19 ci cambierà.

«Sicuramente la medicina sta cambiando. La medicina supertecnologica è un’illusione.  Mendichiamo letti, mascherine, respiratori. L’intelligenza artificiale non ci serve, l’abbiamo messa da parte, oggi o la vita o la morte».

Personalmente come sta vivendo la situazione?

«Malissimo. Ho il coordinamento di una società scientifica nazionale che è in grande difficoltà».

Professore l’unico modo per superare tutto questo è l’isolamento?

«L’unico modo è seguire l’esempio cinese che in Italia è meno rigido. Il vaccino chissà quando arriverà. Siamo sulla buona strada, ma ci vuole tempo».

Glielo richiedo, il Covid-19 ci cambierà?

«Saremo tutti completamente diversi, la famiglia sarà cambiata, sperando che i nonni siano ancora molti. Anche l’organizzazione civile sarà modificata, il nostro modo di muoversi, di viaggiare. Spero in una società più attenta e gentile. Tutti non vedremo l’ora di abbracciarci». 

Quanto dureranno ancora questi giorni di privazione della libertà? 

«Non lo so. So solo che siamo in guerra e la medicina di guerra è fatta per salvare una ferita ad un braccio, e  lasciare andare chi ha gambe amputate. Si torna a questo. Si deve scegliere. Poi quando ne saremo usciti faremo le polemiche. Adesso concentriamoci a salvare più vite possibili. In alcune città della Lombardia – le più in difficoltà sono Bergamo, Brescia e Cremona con 16mila persone nelle case di riposo – nelle residenze gli anziani malati gravemente non vengono più trasferiti in ospedale. Non c’è più posto».

Professore in uno dei suoi libri più conosciuti, “Cura”, sottolinea l’importanza della speranza. Ce ne dia un po’.

«Non me la sento di dare un tempistica. Due, tre mesi, non so esattamente quando ne usciremo, so per certo che il termine del 3 aprile verrà sforato. È compito di ognuno di noi infondere speranza, e per quello che possiamo generosità. Il primo punto è che la nostra società sta reagendo in maniera straordinaria in particolare il popolo veneto e quello lombardo che stanno soffrendo di più. Questo deve infonderci grande fiducia. Secondo: dobbiamo avere speranza nella scienza e nella tecnica. Sono ammirato di come alcune aziende stiano reagendo moltiplicando letti, so che in una fabbrica di Padova vanno tutti a lavorare per aumentare la produzione. Terzo: non deve mancare la speranza nella protezione della Provvidenza, se non contassimo su quella… Tutte la nostra religiosità popolare si basa su santi salvatori dalla peste».