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Madre Yvonne, Generale delle Salesiane: «La gioia vera fa i conti con la sofferenza»

Il 13 febbraio, dalle 9.30 alle 11, è in programma il convengo "Frutto dello Spirito è la gioia. Anche i religiosi ridono" organizzato dai giovani religiosi della nostra Diocesi con l'intervento della Salesiana suor Alessandra Smerilli.
Madre Yvonne Reungoat, Superiora Generale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
di Marta Randon

Dal 2008 è Superiora Generale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Salesiane di don Bosco, il santo maestro di gioia. Madre Yvonne Reungoat ha il sorriso sul volto e nel cuore; uno di quelli contagiosi che abbraccia tutto ciò che c’è attorno. Non occorre incontrarla, basta osservare con attenzione l’immagine sul sito della Congregazione per capirlo. È stata per molti anni Superiora della Visitatoria Africa Ovest e dal 2018 è Presidente dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia. L’abbiamo intervistata in occasione del convegno “Frutto dello Spirito è la gioia. Anche i religiosi ridono” organizzato dai giovani religiosi della nostra diocesi sabato 13 febbraio, dalle 9.30 alle 11, al quale interverrà suor Alessandra Smerilli, salesiana anche lei, docente universitaria, con importanti incarichi a livello di Santa Sede. «I fondatori della congregazione San Giovanni Bosco e Santa Maria Domenica Mazzarello – racconta Madre Yvonne – davano una grande importanza alla gioia, come segno della grazia di Dio, della capacità di relazione con gli altri, come strumento educativo di primaria importanza». 

Madre Yvonne, che cos’è per lei la gioia?

«Nella mia vita, la gioia è una presenza profonda che continuamente riempie il mio cuore. Penso che la gioia sia in relazione con l’amore del Signore presente in me, con la sua vita che diventa una sola nell’alleanza della consacrazione. La gioia non è la superficiale euforia che può accompagnare qualche momento di benessere fisico o morale, l’appagamento di un desiderio, il raggiungimento di una meta desiderata. La gioia vera, quella che non dipende da fattori esterni, è una condizione interiore che sa fare i conti con la sofferenza e con la croce, ma non ne viene spenta. Quando parliamo di gioia pensiamo a qualcosa di molto più profondo che diventa forza di affrontare il quotidiano nella donazione serena di sé, nel servizio al prossimo, nell’accettazione delle piccole e grandi avversità, nel compimento delle proprie attività con senso di responsabilità… Un momento speciale è stato il giorno della mia Professione perpetua in cui ho fatto l’esperienza che davvero Gesù prendeva possesso di tutto il mio essere, della mia vita. Sono stata anche molto felice essendo missionaria in Africa, perché la relazione con altri popoli, altre culture mi ha aperto nuovi orizzonti e ho capito che cosa volesse dire che l’amore è più forte della vita. La donazione radicale nella missione in mezzo ai più poveri è stata una fonte di gioia profonda. Adesso, sono felice di vivere la maternità in una famiglia che ha le dimensioni del mondo e che è molto bella!».

Come si trasmette la gioia, soprattutto alle nuove generazioni?

«La gioia, come tutte le altre virtù, si trasmette solo per contagio. Se siamo pieni di gioia, se la nostra vita ne è impastata, ecco che spontaneamente essa passa in chi ci vive accanto. Ci sarà chi l’accoglierà come conseguenza necessaria di uno stile di vita e chi si interrogherà sulle sue motivazioni, chi ne farà una meta desiderata e chi si lascerà disturbare dalla necessità di trovarne le fonti dentro di sé. La domanda non sarà “Dove abiti?”, ma “Come mai hai dentro tanta gioia”, “Come fai a non lasciarti scoraggiare e abbattere dalle difficoltà?”, “A superare quello che ti ostacola?”. La risposta sarà la stessa di Gesù ai discepoli di Giovanni: “Vieni e vedi”, “Vieni e sperimenta le sorgenti vere della gioia”. Oggi può essere meno facile che per altre generazioni, perché si vive facilmente nell’illusione che la felicità sia data dalle cose, dal successo, dai followers sui social… e occorre aiutare a scoprire che invece ha le sue radici altrove, molto più in profondità». 

Perché, secondo lei, le persone che non frequentano la parrocchia, che sono esterni al mondo ecclesiale dubitano della “gioia” di religiose e religiosi?

«La prima motivazione, quella che salta subito all’occhio, è una certa pubblicistica che fa vedere nei religiosi e religiose delle persone frustrate, ripiegate, incapaci di raggiungere le proprie mete, deluse in amore o nella professione. Su questa linea si pone l’immagine di religiosi e religiose che passa in alcuni media, protagonisti di film e serie televisive. Una seconda motivazione mi fa dire “mea culpa”. È l’impressione che diamo a chi ci incontra casualmente, per strada, in uno studio medico, in un ufficio. Certi visi tirati, certe stanchezze fin troppo evidenti, la fretta ostentata non depongono certo a favore di una persona gioiosa. Dice papa Francesco che certe “facce da peperoncino all’aceto” non fanno davvero pensare che si sia abitati dalla gioia. Infine, credo che abbia un ruolo anche l’idea che ci si fa della gioia, come di una condizione di euforia e non come di un clima di equilibrio sereno, di energia per affrontare senza ripiegamenti i passaggi meno agevoli della vita. Molte persone pensano che le religiose non sono donne pienamente realizzate. Le occasioni di relazione aiutano attraverso la conoscenza concreta a fare cadere i molti pregiudizi».

Quali sono le tracce di gioia nel Vangelo? Come Gesù portava gioia?

«Il Vangelo è tutto un inno alla gioia! Non saprei dire quante volte in esso si parla di “gioia, gioire, rallegrarsi” e simili. Non si gira pagina o quasi senza trovare un riferimento di questo genere. C’è gioia in cielo per un peccatore che si pente, il pastore si rallegra per aver ritrovato la pecorella smarrita, la donna per la moneta, il padre per il figlio tornato a casa. L’angelo annuncia la gioia a Maria e lei la canta a casa di Elisabetta. La resurrezione di Gesù fa esplodere la gioia… Non parlerei dunque di “tracce di gioia”, ma di un annuncio che è tutto impregnato di gioia. Da quel che sappiamo, poi, attraverso i Vangeli, Gesù non ha raccontato barzellette, ma certamente doveva essere un oratore formidabile capace di trattenere l’attenzione di grandi folle. Penso che fosse fondamentalmente impegnato a garantire la gioia dei suoi ascoltatori e seguaci: la salute restituita, la moltiplicazione dei pani, la pesca miracolosa, la salvezza in una tempesta erano tutti segni della sua potenza, della sua volontà che l’umanità scoprisse la bontà e l’amore del Padre. Lo ha dichiarato esplicitamente: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv. 15,11)».

Perché la gioia dovrebbe essere un carattere distintivo dei credenti?

«Chi sa di avere un Padre nei Cieli che veglia incessantemente su di lui e su coloro che ama, che ha un progetto di vita piena per tutti non può coltivare pensieri negativi, paure soffocanti e paralizzanti. Il bambino che si sperimenta amato e protetto è felice anche con pochi beni materiali, l’adolescente che sa di poter sempre contare sulla sua famiglia e su un gruppo di amici fedeli non ha paura di affrontare gli incerti del crescere, del diventare adulto, è capace di sopportare le sconfitte e le frustrazioni. Credo che in un atteggiamento simile, nei confronti di Dio, sia la radice della gioia del credente».

Molti cristiani sono tristi e sfiduciati (anche alla luce della trasformazione della Chiesa). Che cosa si sente di dire loro? 

«Le incertezze, gli interrogativi sul presente e sul futuro, i dubbi sulle strade del rinnovamento, certi conflitti anche all’interno della Chiesa, gli scandali possono dare l’impressione di  non avere più punti di riferimento solidi. Mi è capitato di sentire qualche cristiano affermare: “Ma allora abbiamo sbagliato tutto?”. Ai miei fratelli e sorelle che si lasciano prendere da pensieri di tristezza, da timori che rischiano di paralizzarli, da ansie che rubano loro la gioia vorrei lanciare, innanzitutto, l’invito a guardarsi attorno, dopo aver tolto gli occhiali neri, e a scoprire che la santità anche oggi è una realtà nella Chiesa e, paradossalmente, anche fuori di essa, che la presenza di Dio e dello Spirito passa anche attraverso la sensibilità rinnovata per la dignità umana, attraverso l’amore per il creato, attraverso le tante forme di volontariato… E poi direi di tornare alla sorgente buona della gioia: il Vangelo. Il Papa ha tante volte suggerito di portarne una copia in tasca o nella borsetta, di leggerne di tanto in tanto qualche versetto: è il miglior antidoto alla tristezza e alla sfiducia!».

Il Papato di Francesco punta sulla gioia, sul sorriso, sull’empatia. Che cosa ci sta dicendo?

«Non è possibile una gioia piena senza essere persone capaci di dono, di uscire dall’abitudinarietà, dalle comodità per “andare” là dove il bisogno urge, dove le “periferie” di ogni genere chiamano, dove occorre dare voce a chi non ne ha. Francesco, sia con i documenti ufficiali, sia con il suo magistero spicciolo, quello delle omelie a Santa Marta, degli Angelus domenicali e festivi…, ci ripete che la vita è bella e vale la pena di essere vissuta solo se si mettono in connessione la fede in Dio e l’amore ai fratelli e alle sorelle, se si riconosce in ciascuno di loro un figlio dello stesso Padre…».

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