In primo piano Intervista

L’uomo che aiutò i lampedusani a rimanere umani

Germano Garatto da anni opera a Lampedusa con Migrantes nel campo della formazione, in particolare delle giovani generazioni.
di Lauro Paoletto

«La disumanità sembra diventata un tratto normale di questo nostro tempo. Il blocco dei porti è per impedirci di guardare i volti dei migranti che arrivano dal mare. Se li guardassimo negli occhi molti di noi avrebbero compassione di loro». Parla in modo pacato ma netto Germano Garatto, 72 anni, originario di Vigonza (Pd), formatore da più di trent’anni nel campo dell’immigrazione.

Lo incontriamo a Casa San Bastian in occasione di un corso triveneto per operatori legali  e operatori che accompagnano i migranti ad affrontare i traumi subiti, corsi promossi nell’ambito della campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare”. “Si tratta di formare persone – spiega Garatto – che stanno vicini ai migranti e li aiutano ad alleggerire il peso dei traumi subiti, traumi che spesso rischiano di tarpare loro le ali e di togliere la vitalità a persone che hanno visto cose talmente atroci che non sanno più neanche come continuare a vivere. Formiamo figure per l’accompagnamento psicologico e per la parte legale. Il progetto è finanziato con l’Otto per Mille ed è riprodotto su tutto il territorio nazionale». Garatto passa nove mesi dell’anno (da settembre a giugno) a Lampedusa. Il suo impegno con i migranti inizia a Genova dove alla fine degli anni ’80 collabora ad avviare i primi servizi per l’immigrazione. Si è quindi occupato per parecchi anni di formazione degli operatori e di coordinamento dei servizi Caritas del Nord Italia e formazione degli operatori in Caritas Italiana. Quando pensava di poter raggiungere la figlia in Francia è stato chiamato a Lampedusa da Migrantes nel febbraio 2012.

Isola di Lampedusa

«Un anno prima nel 2011 – racconta – c’era stata, con la primavera araba, l’uscita di massa dalla Tunisia verso l’Italia di decine di migliaia di giovani. Lampedusa era il posto più vicino e lì si erano ammassati, tra febbraio e marzo, 10mila ragazzi (Lampedusa ha 6mila abitanti ndr). Mi chiesero, l’anno dopo, di aiutare a capire la reazione straordinaria della popolazione, che invece di barricarsi in casa, aprì le porte, svuotò gli armadi, cucinò e distribuì pasti per più di due mesi. Alla domanda: “Cosa ci consigli di fare?”. Risposi: “La cosa migliore da fare è aiutare i lampedusani a rimanere umani”.

E Migrantes le chiese la disponibilità a dare una mano e da lì cominciò la sua avventura…

«Mi sono sentito chiamato in causa. È partito il primo progetto con la scuola. Ci sono mille ragazzi dalla scuola materna al liceo.È un progetto che va avanti da cinque anni. Le nuove generazioni entrano in questa dinamica di conoscenza dei mondi da cui provengono le persone che passano da Lampedusa. Noi, spesso, abbiamo una visione del migrante come di una persona che non ha niente. Il progetto, che ha l’obiettivo di cercare di restituire dignità e quindi rispetto alle persone che passano, fa scoprire innanzitutto che non sono persone senza niente, anche se non hanno niente in mano. Ogni anno scegliamo una nazionalità da cui provengono i migranti (quest’anno tocca al Senegal) e cerchiamo di conoscere il loro mondo anche grazie a testimoni di quel Paese che sono in Italia da più anni. Così si passa da un atteggiamento di compassione a un atteggiamento di ammirazione e di rispetto. Quello che si trasmette è la storia della persona che viene».

Una delle lapidi presenti al cimitero di Lampedusa

I giovani come reagiscono?

«Benissimo. Stiamo seminando nelle giovani generazioni, cercando di arrivare ai genitori che è la sfida più difficile».

L’obiettivo è di diventare coscienti di quanto sta avvenendo. Un bisogno di tutti…

«Uno dei problemi, oggi, è il rifiuto ad essere consapevoli. Questo è anche frutto di una politica di deformazione dell’informazione perseguita metodicamente».

Come si presenta oggi il fenomeno migratorio?

«In questi ultimi 12 anni è cambiato drammaticamente per la chiusura delle frontiere all’immigrazione legale. In tutta Europa, non si dà più la possibilità di arrivare legalmente. Ci sarebbe bisogno di queste persone, visto il calo demografico, ma i partiti hanno capito che cavalcando questo fenomeno possono prendere molti consensi. Per questo cavalcano il rischio, molto grave, di disinformare dicendo che non abbiamo bisogno dei migranti. In Italia, in passato con la gestione dei flussi e delle sanatorie c’era un atteggiamento pragmatico anche da parte delle Destre. Da tempo non è più così e in questo modo per chi arriva si creano, spesso, situazioni di schiavitù. Tutto questo è anche responsabilità delle politiche portate avanti quando era ministro Minniti le cui scelte sono state sciagurate, quasi disumane. Oggi siamo nella situazione che non sappiamo quanti sono i morti, le autorità non ci dicono più niente».

Come valuta l’attuale politica di respingimento di chi cerca di arrivare nel nostro Paese?

«Mi chiedo perché la guardia costiera italiana non reagisca alla decisione disumana di non salvare queste persone, di lasciarle affogare o mantenerle nell’inferno libico. La Guardia costiera italiana è di una umanità eccezionale e per questo credo che le decisioni che deve attuare le costino tantissimo».

Il problema principale è la Libia?

«La situazione in Libia è davvero infernale, le testimonianze che raccogliamo da anni sono strazianti, ma anche quella di chi cerca vie alternative verso l’Algeria o il Marocco è molto pericolosa. Un giornale tedesco ha calcolato che sono 15mila le persone morte nel deserto. L’Algeria sta deportando nel deserto persone che prende nel proprio territorio e le abbandona lì».

Come è oggi la situazione a Lampedusa?

«Continuano ad arrivare persone. Non è vero che gli sbarchi sono bloccati. La narrazione è molto diversa dalla realtà e da quello che vogliono farvi credere».

Quale è stata la risposta dei lampedusani all’emergenza?

«In passato Lampedusa non se l’è presa con i migranti, anzi ha avuto pietà della situazione disperata in cui li hanno messi e gli abitanti hanno aperto, in modo stupefacente, le porte delle loro case. I lampedusani che si danno da fare dicono: “Fareste anche voi come noi: la prostrazione in cui queste persone si trovano è tale che ti viene compassione”».

 

Al centro Germano Garatto,  in un incontro a Casa Betania (Mossano)