Intervista Sport
Il 24enne di Villaverla detiene la cintura continentale dell'Unione Europea Supergallo

Luca Rigoldi: «Disciplina, sacrificio, rispetto delle regole. Questa è la boxe»

Luca Rigoldi: il vicentino si è confermato detentore del titolo continentale dell'Unione Europea Supergallo
di Marta Randon

La cintura continentale, quella dell’Unione Europea Supergallo, allacciata ben stretta in vita e la convinzione di poter raggiungere nel 2018 altri importanti traguardi. Sono queste le convinzioni, più che i sogni nel cassetto, di Luca Rigoldi, il pugile 24enne di Villaverla.

Luca, si vive con la boxe?

«No. Mi mantengo insegnando pugilato in due palestre. La palestra è la mia passione»

Quanto hai guadagnato vincendo il titolo UE?

«3.500 euro. Stessa cifra per il titolo italiano (vinto il 10 dicembre 2016 ndr). Le cose comiciano a cambiare con il titolo europeo (appena sopra a quello dell’Unione Europea) e quello mondiale. Vivo a Villaverla, quando non devo preparare un incontro vengo qui a Piove tre volte la settimana.Percorro molti chilometri ed è una spesa. Negli Usa e in Inghilterra è ben diverso. Pensa che Floyd Mayweather (uno degli sportivi più pagati al mondo ndr) nell’ultimo incontro ha vinto 160 milioni di dollari».

Bisogna trasferirsi negli Stati Uniti…. Ci hai mai pensato?

«Non voglio bruciarmi. Ci vuole pazienza, un passetto alla volta. Però ho combattuto a New York, nella famosissima Gleason’s Gym, dove hanno girato i film più famosi dedicati alla boxe. Ci sono sei telecamere, una per ogni ring, sempre collegate al sito internet. Così tutti qui in Italia mi hanno potuto vedere».

Perché hai cominciato?

«Il maestro dice che ci sono due tipi di persone che si avvicinano al pugilato: i timidi che vogliono dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri, e gli attaccabrighe che devono essere domati. Io appartengo alla prima specie, anche se più che timido, amo stare in disparte. Sono sempre stato un po’ leader, ma in positivo. Non ho mai deciso per gli altri, ho sempre scelto di confrontarmi. A 15 anni avevo bisogno di sfogarmi. Il pugilato educa alla disciplina e al sacrificio nel rispetto delle regole e del prossimo. Non è uno sport violento, è più simile ad una partita a scacchi dove si lavora sull’aspetto tecnico e tattico. Ho giocato per anni a calcio a buoni livelli, ma la boxe ha vinto. È uno sport individuale, poverissimo e servono eccellenti doti psico-fisiche».

Quali sono i tuoi punti di forza?

«Sono pignolo, testardo, cerco di migliorare, cerco la perfezione»

Miti?

«Amo i pugili combattenti, meno famosi. Arturo Gatti ad esempio, canadese con origini italiane, un grande battagliero»

 

Come funziona la “ricucitura” sul ring?

«Il cutman in un incontro può fare la differenza. Il mio (Marco Nogara ndr) è bravissimo. Ti siedi all’angolo, ti “aggiusta” da dietro. Ghiaccio in testa, blocca il sangue con l’adrenalina, non ricordo in che percentuale e applica la vasellina per tamponare e per far scivolare il sudore».

Brucia?

«Hai il maestro davanti che ti parla, sei concentrato a parlare con lui, non senti nulla».

Il male lo senti dopo…

«Dodici riprese da tre minuti l’una sono tante. Ogni gara è uno sforzo immenso. Ci sono pugili che combattono con mascelle rotte e non sentono il dolore. Il corpo risponde a istinti pazzeschi. Istinti primordiali».

Quando ti guardi allo specchio con la faccia sfigurata come ti senti?

«Non lo vivo male. Come a 50, 60 anni si hanno le rughe, io ho le mie cicatrici»