Editoriali

Lourdes

Questa domenica celebriamo la Giornata Mondiale del Malato, istituita da Giovanni Paolo II nel 1992. La data dell’11 febbraio è legata alla memoria delle apparizioni mariane a Lourdes, avvenute tra il febbraio e il luglio del 1858. Da allora un flusso continuo di milioni di pellegrini si reca nella piccola cittadina francese, prega davanti alla grotta delle apparizioni, beve o si bagna alla sorgente d’acqua che in quello stesso anno lontano prodigiosamente ne scaturì.

La cosa sorprendente è che le guarigioni miracolose effettivamente riconosciute e certificate dalla Chiesa (esiste un rigorosissimo Comitato medico internazionale che esamina i diversi dossiers) sono solo 70, in oltre 160 anni di storia del Santuario e a fronte di più di 7mila casi presunti segnalati: in dati meramente statistici si tratta dell’1 %, che diventa un numero davvero infinitesimale se rapportato a quello dei malati totali che nello stesso arco temporale hanno compiuto questo pellegrinaggio.

L’efficacia di Lourdes, per continuare a muovere folle di pellegrini, deve dunque evidentemente risiedere altrove. Nel 2009 uscì anche in Italia un film piuttosto imbarazzante, intitolato Lourdes. La regista, utilizzando un taglio quasi documentaristico, raccontava il viaggio di un gruppo di pellegrini al celebre santuario francese durante il quale una giovane donna affetta da sclerosi multipla e partita in realtà senza grande fede o particolari speranze, ritrovava l’uso delle gambe. Il film, descrivendo in modo alquanto macchiettistico le figure degli accompagnatori dei malati e insistendo sulle mediocri ipocrisie di molti pellegrini, suscitò reazioni contrapposte, anche di sdegno profondo tra alcuni fedeli e soprattutto tra i volontari dell’Unitalsi. A confermare il carattere controverso della pellicola, arrivò il doppio premio curiosamente ricevuto al Festival di Venezia di quello stesso anno: il SIGNIS, attribuito dal mondo cattolico, e, contemporaneamente, il BRIAN dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti. Segno di quel carattere di ambiguità che ogni miracolo si porta inevitabilmente con sé.

Per comprendere Lourdes penso che l’unica possibilità sia in realtà quella di andarci, e possibilmente andarci come accompagnatore degli ammalati. Personalmente ebbi questa possibilità proprio all’inizio del mio percorso formativo in Seminario. Alla stazione di Vicenza mi venne affidato un simpatico ragazzino disabile di nome Daniele che viaggiava accompagnato dalla nonna, piena di vitalità, ma un po’ incerta sulle gambe. Furono giorni intensi, di preghiera, di amicizia, di carrozzine (con sopra ora la nonna, ora il nipote) spinte su ripide salite; dall’alba (per essere alla grotta in quel momento di silenzio in cui effettivamente la connessione con il Cielo pare funzionare meglio), sino al tramonto, illuminato dalle migliaia di fiaccole dell’imperdibile e suggestiva processione aux flambeaux. Visitare Lourdes in questo modo è, per tutti, un’esperienza di guarigione e di comunione.

A Lourdes ritrovi la pace interiore, metti da parte i pensieri cattivi, relativizzi il peso dei tuoi problemi, vieni avvolto da un senso di consolazione che nasce dal sentirsi parte di una comune umanità sofferente (e nonostante questo bellissima) accolta e amata da Dio. A Lourdes, se hai un briciolo di fede, di umiltà e di empatia per chi soffre, sperimenti tutto questo, ritrovando così, paradossalmente, la speranza. È questo il “miracolo” che ogni giorno si ripete e ogni anno porta centinaia di migliaia di pellegrini nel piccolo villaggio ai piedi dei Pirenei, con gioia e con fiducia, nonostante il male, la fatica, le sofferenze. Lourdes, per usare un’espressione cara a papa Francesco, è davvero un “ospedale da campo”, una clinica in cui guarire prima di tutto il cuore, riconciliarsi con la propria finitudine e sentire che non siamo soli.

Alessio Graziani

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