Editoriali

L’Italia turrita

Il 2 giugno del 1946 era di domenica. Come quest’anno. Fu un giorno epocale per il nostro Paese. Gli italiani e, per la prima volta, le italiane andarono a votare e decisero che l’Italia non sarebbe stata più un “Regno”, ma sarebbe diventata invece una “Repubblica”. In molti comuni italiani le donne avevano in realtà già votato per le amministrative del marzo precedente, ma di fatto fu il Referendum sulla forma istituzionale dello Stato ad assumere indelebilmente e per tutte il carattere della prima volta.

In quei giorni (si votò anche la mattina del 3 giugno) il dato dell’affluenza alle urne, dopo vent’anni di regime antidemocratico e liberticida, fu in tutto il Paese altissimo e davvero impressionante, soprattutto se raffrontato alla scarsa partecipazione di oggi: a Vicenza, città e provincia, andarono a votare quasi il 93% degli aventi diritto (334.149 persone su 360mila). Anche da noi la vittoria della Repubblica fu, tuttavia, come si dice, di misura: il 46% dei vicentini votò, nonostante tutto, ancora per il principe Umberto, il “Re di maggio”. Secondo alcuni storici e analisti, senza il suffragio femminile la famiglia reale non sarebbe probabilmente partita esule per il Portogallo (non in un’isola deserta a morire di fame, come disse certa propaganda del tempo!).

Determinante per la nascita della Repubblica fu certamente il voto delle donne, invitate quel giorno a non mettere il rossetto per non invalidare involontariamente la scheda nel chiuderla umettandone il bordo, come era allora richiesto. Pare furono proprio loro, insieme agli uomini più giovani, a vergare in maggioranza la croce sull’Italia turrita anziché sullo scudo crociato sormontato dalla corona di Casa Savoia.

Passare dalla Monarchia alla Repubblica non significava solo cambiare la forma del governo del Paese. Era, soprattutto per chi per la prima volta poteva esprimere un voto, un nuovo inizio, una rivendicazione di libertà, di uguaglianza, di democrazia e, alla fine, un’uscita dei cittadini e delle cittadine nel loro complesso da quello stato di minorità e da quella visione paternalistica che ancora caratterizzavano non solo la politica, ma anche la cultura e la società italiana. Ecco perché è ragionevole pensare che il cambio non sarebbe stato possibile senza il suffragio universale, senza il voto delle donne, che peraltro, dopo cinque anni di guerra, costituivano la maggioranza degli elettori.

La Repubblica è dunque, anche da questo punto di vista, indubitabilmente donna. Il clima e le aspirazioni di quei giorni sono stati efficacemente rievocati da Paola Cortellesi nel suo recente film “C’è ancora domani”, un successo al botteghino come da tempo non si vedeva. Il film unisce in modo originale il tema della violenza domestica sulle donne a quello del voto e della partecipazione alla vita pubblica. E forse anche in questo ritroviamo tra le righe un passaggio essenziale e non ancora del tutto compiuto, per tutti, sia donne che uomini.

Quello che consiste nell’arrivare a considerare lo Stato appunto come “res-publica”, cioè come cosa di tutti e non come cosa di qualcuno (come accade nella monarchia), evitando il rischio molto concreto che diventi alfine cosa di nessuno: qualcosa da sentire proprio, da coltivare e di cui prendersi cura, non per un interesse di parte, ma per il bene comune, appunto per il bene di tutti. L’italiano medio, abituato forse per troppi secoli ad essere governato da fuori, ancora non sembra sentire abbastanza sua la Repubblica. Ma c’è invece chi lo fa, a volte senza neppure avere la cittadinanza italiana. Storie di alfieri e cavalieri dei nostri giorni, che vogliamo questa settimana provare a raccontarvi.

Alessio Graziani

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