Editoriali

Le relazioni siano più forti del virus

di Lauro Paoletto

La pandemia ci sta facendo toccare con mano, se non ne eravamo consapevoli, di quante cose importanti sia intessuta la nostra quotidianità e di come, gran parte di queste, siano messe profondamente in discussione da questa crisi sanitaria mondiale. Oggi intuiamo che molte delle dimensioni (lavoro, studio, tempo libero) che pensavamo intoccabili nella loro struttura, quando tutto sarà passato non saranno più quelle di prima. In tale contesto diventa decisivo scegliere in modo consapevole cosa proteggere (per quello che possiamo e per come realisticamente ci è dato in nostro potere) e a cosa non rinunciare… un po’ come accade a quei naufraghi che sanno di poter tenere con sé poche essenzialissime cose prima di abbandonare l’imbarcazione che sta affondando e salire su un’altra che li salverà. È un esercizio che dovremmo fare tutti per essere più consapevoli di cosa siamo, di come stiamo vivendo questa stagione assolutamente inedita e di come ci stiamo preparando a vivere la successiva.

Personalmente mi convinco sempre di più che le relazioni sono una delle cose di cui dovremmo prenderci grande cura a livello personale e di comunità civile ed ecclesiale. Il distanziamento sociale, questa orrenda espressione introdotta dai burocrati di Stato, che ci ha accompagnato fin dall’inzio della pandemia, potrebbe provocare perdite gravissime per il nostro futuro, tanto più se ci sarà un nuovo lockdown nazionale.

A novembre (con la seconda ondata) più che a marzo scorso rischiamo di rinchiuderci nel nostro ‘piccolo (anzi picolissimo) mondo antico’ fatto di pochissime relazioni e abituarci a questa condizione di ‘quasi solitudine’ conseguenze future non ben calcolabili. È come quando uno resta bloccato a letto per mesi: quando si rialzerà, sa che non potrà ricominciare subito a correre. Ma noi siamo per definizione esseri sociali. Ognuno di noi vive, cresce e si sviluppa grazie alle relazioni.

Ora, sia chiaro: il virus c’è e non è meno pericoloso di marzo. Serve, per questo, la massima attenzione e responsabilità rispetto alle persone vicine e occorre avere tutte le prudenze del caso per non contribuire a propagare il virus. Questo però, non può e non deve tradursi in una sorta di ‘agonia relazionale’. Serve, dunque, mettere in campo tutta la creatività possibile e la capacità di utilizzo delle tante possibilità che questo XXI secolo ci offre proprio per relazionarci con gli altri.

I social, le piattaforme per le videoconferenze, lo sappiamo, non potranno mai (per fortuna) sostituire la concretezza di corpi che si incontrano, interagiscono, si aiutano. Ma tra il nulla, il vuoto relazionale, la solitudine obbligata e lo scambio tramite un video è senza dubbio preferibile la seconda ipotesi.

Occorre, però, volerlo e sapere che la relazione mediata da altri strumenti ha regole che occorre imparare e che dunque va messa in conto un po’ di fatica. Invece che ‘semplicemente’ rinchiuderci in casa, aiutiamoci a tener vivi i rapporti come è possibile, diamoci delle occasioni di incontro anche in parrocchia, nei nostri gruppi. Nella Unità pastorale, per esempio, organizziamoci via telefono per insegnare ad usare zoom ai nostri anziani, a collegarsi agli incontri tramite il canale youtube della Diocesi. Non potranno farlo tutti, ma tanti sicuramente sì. Proviamo a pregare (so che dico una cosa rischiosa e non scontata, ma provare non costa nulla) insieme via zoom. Insomma non rassegnamoci a dover vedere per mesi solo i 3-4-5 volti che abitano la stessa casa.

Custodire le relazioni è uno dei modi decisivi per custodire la nostra umanità, vincere la pandemia e prepararci al dopo.