Mondo

L’attentato di Bogotà mette a rischio la pace in Colombia

di Bruno Desidera

Ottanta chili di esplosivo rischiano di far saltare il cammino di pace in Colombia. È di ora in ora più drammatico il bilancio dell’attentato di ieri alla scuola per cadetti di Polizia General Santander di Bogotá, il più sanguinoso da almeno una dozzina d’anni: 21 morti e 68 feriti, riferisce l’ultimo bollettino della Polizia, durante la notte italiana. Era iniziata in modo sereno e festoso, la mattinata, nell’ampia costruzione immersa nel verde lungo l’autostrada del sud, nell’estremo lembo della zona residenziale della capitale della Colombia, prima di addentrarsi nella “terra di nessuno” di Ciudad Bolivar.

Come testimoniano i tweet, di buon mattino i giovani che studiano per diventare sottoufficiali di Polizia si erano radunati per assistere alla cerimonia di consegna della “seconda stella” per alcuni di loro, segno di avanzamento nel loro corso di studi.

Pochi attimi dopo, quello stesso luogo si è trasformato in un’apocalisse, facendo riemerge i fantasmi di un recente passato. A causare la più terribile esplosione degli ultimi dieci anni nella capitale è stata la Nissan Patrol guidata dal cinquantaseienne José Aldemar Rojas (questo il nome ben presto individuato dalle forze di polizia colombiane) e imbottita di esplosivo, 80 chili di pentolite. I cani all’ingresso della scuola di polizia hanno fiutato qualcosa, l’auto ha forzato il posto di blocco ed è esplosa di fronte al convitto femminile.

Tra le vittime c’è anche l’autista della Patrol. Non fa parte delle “tradizioni colombiane” quella degli attentatori suicidi, ma l’ipotesi è sul campo, così come quella che Rojas non sia riuscito a scendere dall’auto. Negli attimi successivi si è subito respirato smarrimento e incredulità. Chi può aver ideato una cosa del genere?”. Varie ipotesi, al momento, ma nessuna certezza. Commenta da Bogotá Dimitri Endrizzi, originario del Trentino, docente di Scienze politiche all’Universidad Católica de Colombia: “Questo attentato arriva in momento molto delicato nella vita politica e sociale del Paese. L’opinione pubblica è scossa da vari avvenimenti, come lo strano ‘suicidio con il cianuro’ del testimone chiave nell’ambito del processo per corruzione relativo allo scandalo continentale Odebrecht, e la dirompente testimonianza, al processo contro El Chapo in corso a New York, del narcotrafficante colombiano Alex Cifuentes, che ha chiamato in causa l’ex vicepresidente della Repubblica e capo della Polizia Óscar Naranjo, considerato uno dei volti più puliti della politica colombiana. E poi continuano le uccisioni dei leader sociali e l’applicazione del processo di pace, rispetto all’accordo del 2016, è molto parziale”. In questo contesto, e dentro una società divisa e polarizzata, l’attentato rischia di destabilizzare ulteriormente la situazione e di inghiottire nuovamente il paese nella spirale della guerra e della violenza.

Chi può avere l’interesse a fare questo? Non ci sono finora state rivendicazioni, il profilo dell’attentatore è inconsueto: non faceva parte delle Farc, anche se aveva provato di farsi inserire nei programmi di reinserimento cercando di passare per uno di loro, gli investigatori stanno cercando tracce dei suoi legami con la guerriglia dell’Eln.

“L’attentato è stato preparato probabilmente non da persone improvvisate, vista la quantità di esplosivo usata – spiega sempre Endrizzi -. Difficile che possano essere stati dissidenti delle Farc, che non sono ora così organizzati”. La pista al momento più battuta porta all’Eln (autrice un anno fa di un sanguinoso attentato multiplo contro la polizia a Barranquilla), qualcuno parla del Clan Úsuga, il cartello di narcos chiamato anche Clan del Golfo o di forze oscure che voglio scardinare il faticoso cammino di pace.

Certa è invece la preoccupazione di numerosi attori istituzionali e, tra tutti, della Chiesa colombiana. Una delle prime dichiarazioni, ieri, è stata quella resa al Sir da mons. Elkin Fernando Álvarez Botero, segretario generale della Conferenza episcopale colombiana (Cec) e vescovo ausiliare di Medellin: “Condanniamo il ricorso al terrore e alla violenza per qualsiasi manifestazione e per qualsiasi motivazione. Certo, questo fatto ci destabilizza e ci chiede di condannare con forza qualsiasi atto violento, da qualunque parte provenga. Speriamo che si possa chiarire nel tempo più breve possibile chi è il responsabile e possa essere assicurato alla giustizia”.

Ha proseguito il segretario generale: “Invitiamo a considerare che non si può tornare indietro rispetto al cammino della pace”.

Poco dopo è arrivato un breve messaggio video di mons. Óscar Urbina Ortega, presidente della Cec e arcivescovo di Villavicencio e successivamente un comunicato ufficiale della Conferenza episcopale colombiana, firmato dallo stesso mons. Urbina, nel quale si scrive: “Dobbiamo opporci con decisione e coraggio a questo attentato demenziale, a ogni omicidio e a ogni atto di violenza, che solo porterà più morte e distruzione. E’ il momento di rafforzare la volontà, l’impegno e l’unità di tutti, governo e società civile, per sconfiggere la violenza e incamminarci con rinnovata fermezza verso la riconciliazione e la pace”.

L’arcivescovo di Bogotá e primate di Colombia, card. Rubén Salazar Gómez, ha diffuso una breve dichiarazione: “La morte, la violenza, il terrore e la giustizia non possono mai essere seme di giustizia e di pace. Condanniamo questo e ogni attentato, che ferisce la dignità delle persone e della società e manifestiamo la nostra solidarietà alla nazione, alla Polizia, alle vittime e e alle loro famiglie, e imploriamo il perdono e la pace”. Il presidente della Comision de Verdad, il gesuita padre Francisco De Roux, attraverso Twitter esprime la condanna per l’attentato e “invita a proseguire sulla strada della verità, della giustizia e della non ripetizione della barbarie”.