Editoriali

La vocazione di chi è minoranza

di Lauro Paoletto

Stiamo lentamente, con prudenza e con qualche timore, uscendo dalla pandemia e così, via via, possiamo sempre più renderci conto del lascito di più di due anni di crisi sanitaria. E questo anche sul versante della vita di fede personale e comunitaria.

Il Covid-19, lo sappiamo, ha fatto da amplificatore a fenomeni già in atto. Se questo è vero in generale, nella vita comunitaria ha svolto, in qualche modo, la funzione del setaccio, “trattenendo” effettivamente solo chi davvero ritiene vitale la partecipazione alla liturgia eucaristica. Si badi bene: non ha trattenuto i migliori, non può certo essere questo (o solo questo) un metro di valutazione della vita e della coscienza dei singoli, ma piuttosto coloro che hanno capito o almeno intuito che in quella celebrazione comunitaria c’è davvero l’acqua viva. Il risultato è che la partecipazione si è ridotta più o meno significativamente: in tanti si sono accorti che possono vivere anche senza comunità cristiana e senza eucaristia. Questo fenomeno ha da tempo provocato numerose riflessioni e interrogativi che cercano di interpretare questa epoca di cambiamento (come l’ha definita papa Francesco) che anche la nostra Chiesa italiana sta vivendo e che interpella, che lo vogliamo o no, anche ciascuno di noi. La Chiesa italiana e quindi anche la nostra Chiesa vicentina è oramai da tempo minoranza innanzitutto nelle sue espressioni liturgiche che rappresentano il cuore stesso della vita comunitaria. È attorno all’Eucaristia e alla Parola che, infatti, nasce e si sviluppa la Chiesa. Questa condizione richiede un profondo ripensamento del proprio essere nella storia, anzi di più: richiede una vera e propria conversione. La condizione di minoranza significa molte cose, tra cui anche la rinuncia a una posizione di forza, di potere, alla possibilità di condizionare in modo decisivo la vita civile, politica, economica. Su questo c’è da aspettarsi che il cammino sinodale in corso nella chiesa italiana dica qualcosa, dia qualche indicazione, apra qualche nuova strada. È, infatti, da tempo che i cristiani non sono più maggioranza nel Paese, ma per un bel po’ di tempo si è fatto finta di non accorgersene. Ora però la realtà è più forte della nostalgia di qualcuno e si stanno progressivamente, e più o meno consapevolmente, tirando le relative conseguenze, che non è detto siano per forza negative.

Questa condizione di minoranza ha, o dovrebbe avere, come paradigma di riferimento l’essere “sale della terra”, come ci dice Gesù al capitolo 5 del Vangelo di Matteo. Essere sale della terra non vuol dire, come amava spiegare padre Sorge, essere chiamati a “trasformare il mondo in una saliera”, ma che compito del sale è invece proprio quello di dare sapore. In tal senso la domanda da farsi nel momento in cui, anche grazie alla pandemia, tocchiamo con mano di essere minoranza è cosa significhi essere sale buono nel lavoro, piuttosto che nella cultura o nella politica. Se il sale è insipido il destino indicato dal Vangelo è, peraltro, terribile: il sale insipido va “gettato via e calpestato dagli uomini”.

In tale prospettiva è decisiva la qualità e la profondità della vita di fede personale e comunitaria. Uno degli elementi che riveste dunque un’importanza centrale perché lì si alimenta la comunità, è la qualità delle nostre celebrazioni che dovrebbero essere vive, partecipate, di qualità appunto. Nel recente servizio che abbiamo dedicato al rapporto tra i giovani e la messa emergeva che su questo c’è un problema. Questo interpella preti, laici, religiosi. Interpella la comunità tutta. Passi ne sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da fare. E non a caso è uno dei punti di discussione della fase di ascolto del cammino sinodale.