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La vita fiorita di Nadia De Munari

Alla veglia per i missionari martiri del 25 marzo il ricordo della volontaria dell'Operazione Mato Grosso - prima martire laica vicentina - morta dopo un'aggressione un anno fa in Perù.
di Andrea Frison

Nadia De Munari è la prima donna laica ad aggiungersi alla lista dei missionari martiri vicentini, quindici in tutto, che vengono ricordati nella giornata del 24 marzo (memoria liturgica del Beato Oscar Romero) e durante la veglia diocesana del 25 marzo a Monte Berico, organizzata dall’Ufficio missionario.

Nadia De Munari

Manca un mese all’anniversario della morte di Nadia, classe 1970, volontaria per quasi trent’anni dell’Operazione Mato Grosso e morta a Lima, in Perù, il 24 aprile 2021 a seguito delle ferite subite durante un tentativo di furto nella missione di Chimbote, città sul mare di 350mila abitanti a quattrocento chilometri verso nord dalla capitale. Qui Nadia coordinava sei scuole per l’infanzia, il tentativo di dare un futuro attraverso l’educazione e l’assistenza dei bambini ad una realtà difficile, povera, piena di contraddizioni. «Era un po’ come voler far nascere i fiori nel deserto» racconta Diego Totti, 61 anni, vicino di casa di Nadia a Giavenale di Schio e il primo a proporre a quella che all’epoca era una ragazza di 16 anni di partecipare alle iniziative dell’Omg. «Da lì è stato un crescendo – racconta Diego -. Nadia si è lasciata coinvolgere al punto di dedicare la sua vita ai poveri. Aveva poco più di vent’anni la prima volta che ha espresso il desiderio di andare in missione e trascorrere alcuni mesi in Ecuador. Poi è arrivato il Perù, al quale ha dedicato oltre vent’anni di vita». Vent’anni trascorsi nelle regioni andine, in piccoli villaggi, ma sempre occupandosi di scuole e bambini. «Era fissata con i fiori – racconta ancora Diego -, ci provava in tutti i modi a farli crescere in montagna, una passione ereditata dal papà». Nel 2015 Nadia ha salutato le Ande per scendere al mare: Ugo De Censi, fondatore dell’Omg scomparso nel 2018, aveva bisogno di aiuto per sostenere l’attività delle due parrocchie, alle prese con una realtà sociale estremamente fragile. L’idea era quella di far partire delle scuole dell’infanzia e una scuola di formazione per maestre. Servivano persone adatte e la scelta cadde su Nadia. «Per lei è stato difficile lasciare le montagne – spiega Diego -. Le piccole comunità sulle Ande vivevano dell’essenziale, c’era una dimensione quasi poetica in quella vita povera. A Chimbote la realtà era completamente diversa, difficile complicata. Eppure, anche lì, Nadia ha provato a far nascere fiori, nonostante il clima secco e desertico».

L’ultimo soggiorno di Nadia in Italia si è concluso poco prima che esplodesse la pandemia. «La ricordo bene in quei giorni, per la serenità che trasmetteva – racconta Diego -. Incontrava molti ragazzi e a tutti diceva: ringraziate sempre per quello che avete, imparate a dire grazie. Era molto serena, nonostante la realtà difficile in cui si trovava perché nel tempo aveva iniziato a sognare per quelle persone, a vivere per loro». Un fatto compreso soprattutto dai genitori di Nadia, ai quali lo stesso Diego assieme a Massimo Casa, responsabile dell’Omg nel Vicentino, hanno portato la notizia della sua morte. «Non ci hanno mai fatto pesare di averla coinvolta nell’Omg. Anzi, ci hanno detto che Nadia è morta perché ha vissuto la sua vita e che di quella vita era contenta». Oggi è il papà di Nadia che si prende cura della tomba della figlia, nel cimitero di Schio. Una tomba ricca di fiori colorati, come quelli che Nadia è riuscita sicuramente a far sbocciare nelle vite di tanti anche nel deserto di Chimbote.