Cultura

La “theologia crucis” del Paramento Civran

di Manuela Mantiero

La Cattedrale di Vicenza colpisce il fedele e il visitatore che vi entrano, per l’unitarietà dello spazio e per la pulizia nei decori. Se dapprima l’animo si meraviglia osservando l’ampiezza della navata, fermando lo sguardo, al centro, in alto, presso l’altar maggiore, cogliamo la sua vera magnificenza: un presbiterio sontuoso, illuminato con iridescenze cromatiche dalla luce che penetra dalle finestre, un altare pregiato e, intorno, una fantasmagorica fantasia di colori, statue, stucchi, marmi.

Vero fulcro per l’occhio del visitatore, per la decorazione plastica e pittorica e per la simbologia ivi rappresentata è il tabernacolo, dove ancor oggi si conserva la reliquia della vera Croce di Cristo. Nel cuore sacro della chiesa Cattedrale, dunque, prende vita un percorso figurativo che si sviluppa su diversi registri e che ha lo scopo di evidenziare il ruolo salvifico della Croce di Cristo. Una vera e propria “Theologia Crucis”, come per primo l’ha interpretata mons. Francesco Gasparini – direttore del Museo Diocesano – dove si compongono colore, materia, monumentalità, arte e simboli.

Il “corpus” di opere è stato voluto da Giuseppe Civran, di origine veneziana, nominato Vescovo di Vicenza nel 1660, che commissionò l’apparato decorativo nel 1675. L’opera fu terminata nel 1682, a tre anni dalla morte del vescovo Civran, appena cinquantenne.

A lato del ricchissimo altare “Dall’Acqua” due grandi tele di Antonio Zanchi (Angelo annunciante e Vergine annunciata) ci rammentano che l’incarnazione di Gesù è il centro del tempo e della storia, il momento definitivo della Salvezza e dicono espressamente che la Cattedrale è dedicata a S. Maria Annunciata. Nell’ala sinistra del Paramento, i dipinti interpretano episodi dell’Antico Testamento che prefigurano la Croce e mettono in evidenza come la promessa della sua venuta sia sottesa nel testo biblico. È il tempo della Croce attesa: da Mosè che distende le braccia in preghiera richiamandone la forma (Mosè sostenuto nella preghiera di Giambattista Minorelli), a Noè che ci ricorda come l’alleanza definitiva di Dio per la salvezza di tutti gli uomini è sulla Croce (Il sacrificio di Noè di Pietro Liberi), fino all’episodio di Giacobbe dove la scala che collega la terra al cielo non è più un sogno ma è attuale nella Croce di Cristo (Il sogno di Giacobbe di Battista Volpato). Nell’ala destra è narrata la Croce di salvezza che segue le vicende descritte da Jacopo da Varagine: dall’Apparizione della Croce a Costantino (opera di Antonio Zanchi) al Miracolo della vera Croce (di Giambattista Minorelli) fino a Eraclio che si accinge a portare la Croce (di Andrea Celesti). Chiude il percorso un episodio tutto vicentino: San Luigi IX dona la reliquia della vera Croce al vescovo Bartolomeo da Breganze (di Giovanni Carboncino).

Non è solo la pittura, traslucente e vaporosa testimonianza dei migliori artisti veneti del ‘600, che racconta la Croce. I dieci angeli posti sopra la balaustra ci riportano alla realtà della Passione e della sofferenza di Cristo morto su quel “Legno”. Ognuno di loro porta un simbolo della passione di Gesù: il calice, la colonna, i flagelli, la corona di spine, i chiodi, il martello, la spugna, la stessa Croce e la scala della Deposizione. E ancora gli stucchi, posti tra i dipinti e le statue angeliche, ci rammentano come l’Eucarestia sia il memoriale della passione, morte e risurrezione di Cristo. Risurrezione che splende nella croce gloriosa e dorata del tabernacolo dell’altare maggiore.

L’attesa, la passione, la risurrezione illustrate in un “Paramento” voluto dal vescovo Civran – da cui prende il nome – e interpretate dai migliori artisti del Seicento veneto: un capolavoro di pittura, scultura e teologia della nostra Cattedrale. Un racconto che suscita, in chi guarda, meraviglia e che ha la potenza di avvicinare l’animo alla luce della Pasqua con la bellezza negli occhi.