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La priorità? Il lavoro. Ma intanto si parla d’altro

di A.fri.

Non sono immigrazione o criminalità i problemi più “pressanti” degli italiani. Prima c’è il lavoro. Poi l’inquinamento, il costo della vita e la qualità dei servizi socio sanitari. In fondo, alla fine della classifica, si trovano immigrazione e criminalità.

«Ciò non toglie che il livello di allerta sociale per questi fenomeni non sia elevato, anzi. Ma non sono considerati il “problema dei problemi”, nonostante essi siano oggetto quasi quotidiano di comunicazione politica. Perché, su tutti, è la questione del lavoro a costituire il tema centrale». Ad affermarlo è Daniele Marini mentre commenta i risultati dell’ultima indagine condotta da Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Professor Marini, criminalità e immigrazione sono al centro della comunicazione politica del Governo. Come mai non sono i problemi più sentiti?

«Lo spiego ricorrendo a una parola della psicologia: bipolarità, ovvero la convivenza di due tendenze opposte all’interno di un medesimo ambito. È la sindrome più persistente e profonda che la crisi, ormai decennale, ci ha lasciato in dote».

Ci faccia qualche esempio.

«Nel sistema produttivo osserviamo la crescente separazione fra imprese che, da un lato, in questi anni hanno saputo resistere e aumentare la propria competitività, da quelle che, dall’altro, hanno visto aumentare le difficoltà o sono uscite dal mercato. Nella società è altrettanto evidente come la forbice si sia fatta più netta fra quanti hanno conservato o migliorato la propria collocazione sociale, da coloro che invece hanno perso posizioni e potere d’acquisto impoverendosi. Erosione che ha intaccato soprattutto il ceto medio».

Certo, ma immigrazione e criminalità come rientrano in questa “bipolarità”?

«Il fenomeno della bipolarità non si è fermato su questi piani e ormai ha ampiamente contaminato anche l’immaginario collettivo. È nota la distanza fra le conoscenze di un fenomeno da parte della popolazione e la sua oggettività empirica (si pensi, per esempio, al tema dei migranti): la rappresentazione sovrasta la realtà, in buona misura determinandola. Sotto questo profilo, i nuovi strumenti della comunicazione (della politica, in particolare) stanno dettando le priorità. Basti pensare a quanta parte delladiscussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà ».

Secondo la vostra indagine, le priorità “reali”, invece, quali sono?

«La lista proposta durante il sondaggio va dagli immigrati, alla viabilità, dal costo della vita all’inquinamento e altri temi ancora. La gerarchia delle priorità problematiche segue la media nazionale, ma con alcune significative differenze sia nei confronti del resto d’Italia, sia all’interno delle regioni nordestine. La questione che per tutti risulta essere in assoluto la più importante nella propria realtà è il lavoro (26,1%), seguito più a distanza da altri problemi: inquinamento (18,7%), costo della vita (13,9%), viabilità (11,6%) e qualità dei servizi socio-sanitari (10,1%). L’immigrazione (8,6%) e la criminalità (4,5%) sono collocati in fondo alla classifica, nettamente distanziati».

Questa gerarchia varia in base alle regioni di appartenenza?

«I problemi conoscono un’intensità diversa rispetto al territorio di appartenenza, piuttosto che la condizione sociale. Così, le preoccupazioni per l’inquinamento (23,1%) e la viabilità (15,3%) sono più avvertite in Veneto rispetto al Friuli Venezia Giulia (rispettivamente 8,2% e 11,6%), oltre chealla media nazionale. E, d’altro canto, i fenomeni di antropizzazione del territorio e del traffico veicolare sono purtroppo ben noti da tempo in Veneto, oggi accentuati ulteriormente dai venti della ripresaeconomica. La qualità dei servizi socio- sanitari è un argomento più avvertito in Friuli Venezia Giulia (17,6%), dove la quota di popolazione anziana è più elevata. L’immigrazione (8,6%) e la criminalità (4,5%) sono vissute come il problema prioritario da una parte assai contenuta dei nordestini, e in modo leggermente superiore alla media nazionale per gli immigrati (5,9%), ma non per la criminalità (4,8%). In particolare, gli immigrati, hanno un peso più marcato in Friuli Venezia Giulia (12,9%) che in Veneto (7,4%)».

Tra gli italiani, da chi è sentito maggiormente il tema del lavoro?

«È il tema centrale per donne (41,0%), giovani (41,5%), soprattutto in Friuli Venezia Giulia (36,5%), piuttosto che in Veneto (24,9%) dove i tassi disoccupazione sono tornati su livelli quasi fisiologici. In ogni caso, la questione del lavoro è in cima alle preoccupazioni della popolazione. Purtroppo, stiamo assistendo anche in questo a un processo di bipolarizzazione. Lo testimoniano i recenti dati Istat sulle forze lavoro, dove la crescita di occupazione è a favore dei più adulti e sempre meno delle generazioni più giovani. Dall’aumento dei rapporti a tempo determinato su quelli più stabili».

Perché allora la comunicazione politica si concentra su altro?

«Nonostante la centralità attribuita al lavoro dalla popolazione, tuttavia questo tema compare assai di rado nella narrazione e nella comunicazione (politica, in particolare, e di tutti gli schieramenti). Soppiantato da altre questioni sicuramente socialmente rilevanti, che scaldano il cuore e più spesso agitano gli animi, ma non così altrettanto centrali. Il lavoro e la creazione di opportunità per l’occupazione è la vera porta per la cittadinanza, e non solo perché è inscritto nel primo articolo della nostra Carta. Rendere il lavoro concretamente meno bipolare fra le generazioni dovrebbe stare al primo punto nell’agenda politica, anche della comunicazione: meno post (sui social), più posti (di lavoro)».

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