Non Dalla Guerra

La polveriera di Samos

di Lorenza Zago

Samos, isola greca a un miglio dalle coste della Turchia nel mar Egeo orientale, negli ultimi anni ha visto l’arrivo di migliaia di migranti. E, oggi, la situazione è davvero allarmante: quasi 5mila migranti e rifugiati sono intrappolati a Samos in condizioni di vita terribili.

Una tendopoli sull’isola

«Vivono nell’hotspot costruito per una capienza massima di 650 persone – racconta Giulia Cicoli, 32enne, fondatrice della ong “Still I Rise” che a Samos si occupa dell’educazione dei ragazzi – Nel campo profughi lo spazio è esaurito, la distribuzione del cibo richiede circa cinque ore di coda. Si stima esista una doccia ogni 200 persone e che l’assistenza sanitaria conti un medico ogni 3500 pazienti. L’assistenza psicologica e quella legale, invece, sono del tutto inesistenti. Il tempo di permanenza medio di un migrante a Samos è di sei mesi, fino a due anni. I servizi igienici si sono trasformati in una fognatura a cielo aperto. Brulicano ratti e serpenti».

Quelli che riescono a sbarcare a Samos provengono in maggioranza da Siria, Afghanistan, Iraq e Iran. Una buona percentuale arriva anche dai Paesi africani, e più della metà sono donne e bambini. L’accordo Ue-Turchia di marzo 2016 prevede che i migranti non possano lasciare le isole greche se prima non ottengono il nullaosta dai centri di identificazione. «I tempi di attesa per le procedure di riconoscimento dell’asilo sono lunghissimi, – prosegue la Cicoli – gli hotspot sono sovraffollati e le condizioni di vita disumane».

Una protesta dei profughi

Le rigogliose colline dell’isola dell’Egeo si sono trasformate in una sorta di baraccopoli. «Quando arrivano qui si sistemano attorno al campo, dove non arriva né luce né acqua. Vivono sospesi in un limbo, in attesa di sapere quale sarà il loro futuro. Si sentono trattati e considerati peggio degli animali». E non mancano le tensioni, sia con gli abitanti di Samos sia tra i migranti stessi. «Fare cinque ore di fila per il cibo, essere costretti a vivere in spazi ristretti, la presenza di ratti in ogni dove, gli insufficienti servizi igienici sono tutti fattori che portano le persone allo stremo psicologico. Gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno. Molti soffrono di depressione e tanti tentano il suicidio».

L’impegno di “Still I Rise” a Samos è rivolto ai più giovani che abitano nel campo. A fondare la onlus nell’estate del 2018, oltre a Giulia Cicoli, anche  Nicolò Govoni e a Sarah Ruzek.

Un’attività con i giovani del centro

«Il centro si chiama “Mazì” che in greco vuol dire insieme. Il programma educativo prevede lezioni di inglese, greco, matematica, arte, storia e geografia, computer, teatro e musica, ma anche cultura europea, diritti delle donne, intelligenza emotiva – spiega Giulia, – Dato che per mangiare al campo servono ore di fila, abbiamo deciso di servire anche colazione e pranzo».  Sono gli stessi ragazzi a occuparsi della pulizia e della cura del centro e ogni classe ha un rappresentante che viene eletto dai compagni e che ne coordina le attività. «È un modo per responsabilizzarli e farli sentire considerati, ma soprattutto per far vedere loro che esiste una vita diversa da quella che devono affrontare nel campo profughi. Il centro apre ogni giorno grazie alle donazioni e ai volontari. “Mazì” ci fa sperare che la pace, la giustizia e l’equità costituiscano il mondo di domani».

 

Le foto di questo servizio sono state scattate da alcuni ragazzi rifugiati all’interno del campo profughi di Samos nell’ambito del progetto fotografico “Attraverso i nostri occhi” promosso dall’ong “Still I Rise”.

Articolo tratto dal numero di domenica 9 giugno

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