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Padre Carlo Rossato: «La pandemia è la nostra pietra da spostare»

Il Priore dei Servi di Maria e Rettore della basilica di Monte Berico racconta come la sua comunità ha sconfitto il Covid. «La Pasqua 2021 sarà un nuovo inizio per tutti».
di Marta Randon

“Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” L’unica domanda da porci la notte di Pasqua è questa. Chi ci toglierà la mascherina? I decreti? Le restrizioni? Chi ci permetterà ancora di abbracciarci, baciarci, vedere il sorriso sui volti?» si chiede Padre Carlo Rossato, priore dei Servi di Maria e Rettore della Basilica di Monte Berico le cui campane, il giorno dedicato alle vittime del Covid hanno suonato per più di 15 minuti. La sua comunità a dicembre è stata duramente colpita dal Covid. Due confratelli sono morti. Più altri sei nella comunità vicina. «Questa Pasqua è più difficile perché la pandemia continua a prendersi tutti gli spazi di vita, perché ci sentiamo aggrediti. Regna ancora grande incertezza. Però…

Padre Carlo Rossato, priore dei Servi di Maria e Rettore della Basilica di Monte Berico

Però cosa?

«Credo però che, proprio per questo, la Pasqua 2021 sia un desiderio ancora più forte. La Pasqua contempla il dolore, la sofferenza. È un’immersione nella morte del figlio di Dio per risorgere. Poi diventa vita che esplode, incontenibile. La pandemia è un passaggio dell’umanità con Cristo a nuova vita. È impressionante come il Coronavirus abbia contagiato tutto il mondo. È un passaggio nel deserto, nel silenzio, nella solitudine perché la comunità possa conoscere un nuovo inizio, non tracciato da noi – da noi che ci vantiamo della forza, della tecnologia – ma donato da Dio».

Perché è arrivata la pandemia?

«Lo sentivamo che non si poteva andare avanti secondo alcune dimensioni di vita che forse ci spogliavano dell’autenticità delle nostre relazioni. Ci si muoveva secondo specifici criteri. Il Covid ci ha costretto a fermarci, e quanta fatica abbiamo fatto. Per alcuni è ancora quasi impossibile. Eppure fermarsi bisogna per riappropriarsi di noi stessi. Noi ci apparteniamo, abbiamo la vita in dono».

Per alcuni la pandemia è un castigo.

«È un’affermazione forte e deviata. Non è un castigo. È stata permessa, quello sì. San Paolo nella lettera ai romani scrive “Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”. Per cui anche questo evento dirompente che ha spaccato le nostre sicurezze è qui per accogliere un dono che è altro da noi. Con la pandemia possiamo conoscere una nuova visione della vita. In Cristo scopriamo di essere figli di un padre e fratelli tra noi, non più orfani ,abbandonati, isolati».

Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?

«Quella mattina sono le donne ad arrivare per prime. Hanno l’intuizione e l’amore nel cuore. Davanti al sepolcro alzano lo sguardo e osservano che la pietra era già stata fatta rotolare, nonostante fosse grande e pesante. Tutti noi dobbiamo alzare lo sguardo. La pandemia ci fa ripiegare su noi stessi, abbassare la testa, la rassegnazione diventa rabbia e contestazione. Siamo avvolti da isolamento, dolore, sconfitta. Alzando gli occhi al cielo possiamo stupirci e rimanere incantati. È Lui che fa nuove le cose. 

Le donne hanno visto l’amato morire per loro. In questo sta il segreto della vita, nella dedizione, nella dedicazione agli altri. Questo movimento non può morire, ci fa vivere e ci mette dentro a un dinamismo  – che è quello pasquale – che donando la vita possiamo risorgere». 

La Resurrezione come ci aiuta?

«La Resurrezione deve fare scandalo. Deve spaccare. È qualcosa che raggiunge le nostre vite e non le lascia stare. Cambia i parametri. Se entra Cristo io non posso essere quello di prima. In questa Pasqua allontaniamo dunque ogni pensiero che impedisce a Gesù di rotolare questo masso e di farlo risorgere dentro il nostro cuore. Lasciamo che lo spirito soffi e ci spettini»

Lei si è fatto spettinare?

«Sì davvero. Dicembre è stato un mese terribile, forse il più sofferto da quando sono in questa comunità e da quando sono Priore. Ho perso due confratelli novantenni e sei fratelli della comunità vicino. Dieci confratelli erano in stanza in isolamento contemporaneamente. Più della metà del totale».

Nonostante le forze ridotte a dicembre il Santuario di Monte Berico è sempre rimasto aperto.

«Ho pensato di chiuderlo. Ero esaustro. Un giorno ho celebrato quattro messe. Ma ho percepito segni e presenze che invocavano conforto e speranza. Ho provatato sensazioni constrastanti: dolore, smarrimento e frastuono, ma anche gioia. La certezza che Gesù era presente e sentivo il manto della madre del Signore. Ho provato forze che non venivano da me».

Che cosa ci insegnano le persone che se ne sono andate?

«La nostra vita è un soffio. Quel sabato mattina ho visto padre Ubaldo partire alle 11.20. Se n’è andato con l’ambulanza e non è più tornato. Nel pomeriggio sono tornato nella sua stanza perché dovevo occuparmi del funerale e sembrava che lui fosse andato a prendere un caffè. Era ancora lì, sentivo il suo calore, la luce accesa, il letto da fare. È quando riassetti le camere di chi non c’è più che ti interroghi. Cerchi una foto, gli abiti. Senza edulcorazioni, senza maschere ed illusioni. 

Sempre a dicembre ho sentito Padre Tito che urla: “Carlo, Carlo!”. Era in isolamento, aveva il Covid, stava male. Sono corso, l’ho visto riverso sul pavimento. L’ho alzato a mani nude. L’ho abbracciato e messo sulla poltrona. Mi sono buttato. Il mio tampone è sempre risultato negativo».

Tanti per fortuna sono guariti. 

«Alcuni sono stati in isolamento un mese giusto, dal 23 novembre al 23 dicembre. A Natale c’eravamo tutti. Ecco un altro segno. Li ho visti uscire dalla stanza gioiosi, ma segnati dall’isolamneto, dalla solitudine. Lo spazio ristretto ti impone di rivedere tutto. È un’esperienza unica, soprattutto per un consacrato. Per uno che prega, che celebra. Può anche stordire. Si è trattato una Resurrezione a Natale. Il Natale contiene già l’evento pasquale. Le bende del bambino sulla mangiatoia sono qualcosa che rimanda subito a Gesù nel sepolcro».