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Con la pandemia 140mila migranti in meno in Italia

Don Giovanni De Robertis, direttore generale di Migrantes, commenta il Rapporto 2021 che considera gli effetti della crisi sanitaria sulla popolazione immigrata.
di Lauro Paoletto

«La pandemia ha amplificato delle tendenze che erano già in atto e in questo senso è stata, per molti versi, come una lente d’ingrandimento». È la premessa da cui parte don Giovanni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes che interverrà lunedì 15 novembre alle 10.30 nella sala dell’ex Palestra nel Centro diocesano “A. Onisto” per presentare il Rapporto Immigrazione che Migrantes cura con Caritas e che è giunto alla trentesima edizione. Abbiamo raggiunto telefonicamente De Robertis per farci raccontare alcuni degli elementi che emergono dal Rapporto.  

Direttore, qual è la prima tendenza che emerge da questo Rapporto?

«In questo anno di pandemia registriamo una diminuzione della presenza degli immigrati sul suolo italiano. È la prima tendenza che va segnalata. Già negli anni passati avevamo notato che il loro aumento nel nostro Paese non aveva più il carattere impetuoso e si era, anzi, via via ridotto e questo contrariamente a certa psicosi dell’invasione che era, invece, stata alimentata. Sul territorio nazionale abbiamo circa 5 milioni di immigrati regolari con un calo, nell’ultimo anno, di 270mila immigrati in meno: 130mila di questi sono diventati cittadini italiani. Gli altri 140mila in meno mostrano come non solo gli italiani vanno via, ma se ne vanno anche tanti immigrati e quelli che arrivano continuano il viaggio. Questi numeri, dunque, smentiscono l’immaginario dell’invasione».

Questo calo è dovuto anche al fatto che la pandemia ha portato noi italiani a innalzare ulteriori muri?

«Nel Documento preparatorio al cammino sinodale c’è un’espressione che mi ha colpito. Si afferma che se da un lato la pandemia ci ha reso più consapevoli del legame che ci unisce tutti (la mia salvezza dipende anche da quella degli altri), dall’altro ha messo ancora più in evidenza le divisioni e le iniquità che ancora persistono. Quindi, sì in questo anno e mezzo abbiamo anche costruito ulteriori muri».

Un elemento che colpisce del rapporto sono le testimonianze. Qual è il loro obiettivo? 

«È una scelta importante di metodo: abbiamo voluto dare voce a queste persone. Non possiamo solo parlare degli immigrati. È necessario anche ascoltare quello che loro hanno da dirci. Questo  spesso ci porta delle sorprese che ci aiutano a smontare l’immaginario che non poche volte abbiamo del migrante come sempre di un poveraccio, mentre, per esempio, nel nostro Paese ci sono 22mila medici immigrati». 

Uno degli elementi che si registra nel rapporto è la forte presenza femminile tra i migranti e al contempo il crescere della violenza nei confronti delle donne immigrate che risultato più invisibili e meno libere. Come legge questo dato?

«Noi insorgiamo, giustamente, perché ci sono ancora forme arcaiche di sopruso sulla donna tra i migranti e su questo si deve lavorare. Va però registrato, purtroppo, che la violenza sulle donne è una piaga che coinvolge tutta la società italiana. Se andiamo a considerare i feminicidi, la grandissima parte vedono protagonisti gli italiani. La considerazione che ne deriva è che la violenza sul debole è una deriva che non risparmia nessuno. Anche su questi drammi bisogna andare al di là degli stereotipi».

Il rapporto considera il lavoro. Cos’è accaduto durante la crisi sanitaria? 

«La pandemia ha avuto un impatto anche sul lavoro come, però, amplificazione di fenomeni già presenti. Molto lavoro è soprattutto precario. Questo spiega in buona parte perché gli immigrati lasciano i loro lavori per andare altrove, cosa che non accade, per esempio, agli emigranti italiani in Germania. Lì sono in regola, con stipendi adeguati e dunque la possibilità di programmare il futuro. Il Rapporto ci racconta che la pandemia ha amplificato la precarietà specie tra gli immigrati. Chi aveva una occupazione regolare ha potuto contare almeno sui ristori, ma gli altri (molti immigrati) si sono trovati in condizioni difficilissime con il rischio reale di finire sulla strada. E così i fragili sono diventati ancora più fragili».

Il Rapporto pone l’attenzione anche sulla migrazioni nel pianeta e i numeri sono impressionanti…

«In quest’anno le diseguaglianze si sono divaricate ancora di più e uno sguardo sul mondo mostra che esistono zone in cui davvero c’è il disastro, con gran parte dell’umanità che, semplicemente, tenta di sopravvivere. Le migrazioni forzate sono aumentate di molto, passando, negli ultimi due anni, da 70 a 85 milioni. Per queste persone il pericolo non è il covid, ma le bombe, la guerra, la fame, i disastri climatici». 

Durante la pandemia si è posto anche il tema della salute e dei contagi. Cosa emerge dal rapporto?

«Anche queste persone sono state toccate dal covid. Il fatto che si siano contagiate meno è dovuto anche al fatto che sono parecchio più giovani della popolazione italiana. Certo è da sfatare la storia che sono loro che portano le malattie».

Il rapporto invita a far sovrabbondare la speranza. Da dove si comincia?  

«Sui territori le esperienze interessanti e positive ci sono. Bisogna coltivare questi germogli e farli crescere. Girando l’Italia ho incontrato tanta vivacità e tante proposte di famiglie, associazioni, realtà territoriali animate da spirito di solidarietà. La speranza di cui si parla anche nel rapporto passa dunque prima di tutto in questi semi quotidiani. I giovani che vediamo impegnati per il clima sono un altro segno di speranza».

Il “noi più grande” che si indica nel Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021 come crescerà?

«Non arriverà dall’alto ma arriverà dalla base. È questo un punto sul quale Papa Francesco insiste tantissimo. Il destino è nelle nostre mani e come credenti sappiamo che Gesù non è venuto a mettere un altro confine ma a far cadere quelli che ci sono».