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La notte

Un “viaggio” settimanale per prepararci alla Pasqua/3

Nelle puntate precedenti: il deserto, il monte

È da diversi anni che tutti i giorni, festivi inclusi, mi sveglio molto presto al mattino, così presto che fuori è ancora notte: mi ritaglio spazi di solitudine e riflessione, visto che la famiglia è numerosa e la casa piccola. È tempo e spazio proficuo, luogo dove recuperare idee e pensieri.

Nel cuore della notte veniamo condotti dal Vangelo della quarta domenica, non da soli, ma in compagnia di Nicodemo, uomo profondamente religioso, incuriosito e affascinato dalla figura di Gesù. Si accosta a lui lontano da occhi indiscreti, oltre la frenesia della quotidianità, per cercare di capire le parole cariche di autorità di questo galileo, figlio di un carpentiere. Nella Bibbia la notte è il luogo e il tempo in cui si svolge in modo privilegiato la storia della Salvezza. Durante la Creazione, infatti, la notte è il ventre da cui scaturisce la luce (Gn 1), posta per distinguere e separare il tempo. È pure spazio in cui Dio fa risuonare le sue promesse: a Noè, dopo la ferita del diluvio universale (Gn 8,22ss); ad Abramo, carico di giorni e col cuore non più capace di scommettere sul futuro (Gn 15,1-19); a Isacco, piegato dalla carestia (Gn 26,24); a Giacobbe, in una lotta interiore per condurlo a fede autentica, “provata” (Gn 32,23-33).

La notte è lo spazio in cui Dio
fa risuonare le sue promesse

La notte è pure tempo e spazio di liberazione, come ci ricorda la festa di Pesàh (Pasqua), in cui l’angelo di Dio visita le case degli egiziani e degli ebrei, notte in cui morte e vita si scontrano,perché anche l’approdo alla libertà è un travaglio doloroso e la paura ha spesso il sapore amaro delle lacrime (Es 11,4ss).Come fonda è la notte che alberga nel cuore di Giobbe, provato nell’intimo più che nel corpo, costretto a confrontarsi sul cumulo di letame con la saccenteriadi chi – dichiaratosi amico – si pone ad avvocato di Dio: perché imputare al divino una qualche responsabilità rispetto al male del giusto? Eppure, questo non sembra placare la sete di verità e giustizia del nostro animo: «Le lacrime sono il mio pane / giorno e notte, / mentre mi dicono sempre: / «Dov’è il tuo Dio?» (Sl 42,4). Perché di notte si è chiamati a vigilare, qualora Diochiamasse, soprattutto in tempi in cui la sua Parola si fa rara, come un giorno fece con Samuele, ancora acerbo rispetto alla vita, ma nel suo piccolo già profeta (cfr. 1Sam 3,1b).

Notte è lo spazio e il tempo che accompagna tutta la vicenda di Gesù: la sua nascita è lieta notizia che risuona nelle tenebre e viene accolta da pastori, in veglia sugli armenti (Lc 2, 9-14); il primo segno del suo ministero lo pone nella sera carica di festa e amore di due sposi, a Cana di Galilea (Gv 2,1-11); nel cuore della notte, presso l’orto degli Ulivi, attraversa il peso dell’angoscia, preludio di quelle tenebre che avvolgeranno la croce, scompaginate dal suo ultimo vagito, un rantolo di vita con cui dona lo Spirito al Padre e a noi. «Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno e sarà fonte di luce per la mia delizia. Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace. O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore…» (Preconio pasquale).

Guardo fuori dalla finestra, mentre il sole sorge: i raggi lambiscono il paesaggio circostante, che riprende la quotidiana identità. In controluce s’intravedono timidi fiocchi di neve, poca cosa rispetto alle previsioni apocalittiche della settimana. Li ammiro gioioso: sono pur sempre segno di qualcosa di nuovo nell’aria, la stessa novità che siamo chiamati a cogliere nel buio di una tomba vuota, forse la notte più difficile da abitare.