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La guerra nucleare? «Uno spauracchio»

Claudio Bertolotti, esperto dell'Ispi, commenta lo stato dei negoziati e del confronto armato sul terreno ucraino.
di Daniele Rocchi

Si sono chiusi nella serata di lunedì 28 febbraio, sulle rive del fiume Pripyat, nella regione di Gomel (Bielorussia), i primi colloqui tra le delegazioni di Russia e Ucraina, per trovare una via di uscita al conflitto in corso da giorni. Non è stato raggiunto nessun accordo per una tregua o un cessate-il-fuoco, ma le parti hanno concordato di rivedersi nei prossimi giorni dopo aver consultato i rispettivi governi. L’agenzia Interfax ha riportato le dichiarazioni di alcuni negoziatori russi: “Abbiamo individuato alcuni punti su cui è possibile trovare un terreno comune e su cui fare progressi”. Dai negoziati con i russi “non c’è ancora il risultato che serve all’Ucraina”: è stata la risposta del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Secondo il consigliere della presidenza ucraina Mykhailo Podolyak “i colloqui sono stati difficili e la posizione russa estremamente parziale”.

Claudio Bertolotti

«La notizia positiva – commenta al Sir Claudio Bertolotti, esperto dell’Ispi e direttore di Start InSight – è che russi e ucraini torneranno a vedersi per uscire gradualmente dalla crisi. Questo nonostante i combattimenti continueranno fino a quando non sarà trovata una soluzione negoziale accettata dalle due parti. Bisognerà vedere quanto saranno disposti a concedere gli ucraini e quanto saranno disposti a rinunciare, invece, i russi». Intanto, aggiunge l’esperto, «sul piatto della bilancia abbiamo già le prime due richieste: quella russa all’Ucraina di riconoscere la Crimea come parte della Russia e, quella dell’Ucraina del presidente Volodymyr Zelensky all’Ue di entrare in Europa. È molto probabile che si realizzi la richiesta russa. Difficile, infatti, che arrivi una risposta favorevole dell’Ue all’Ucraina che, essendo un Paese in guerra, trascinerebbe dietro di sé tutta l’Europa». Un altro eventuale «passo in avanti», secondo Bertolotti, «potrà essere fatto quando a Putin verrà data la garanzia che l’Ucraina non entrerà nella Nato. Siamo davanti ad un negoziato che dimostra la posizione di forza favorevole a Putin, nonostante la grande crisi economica che si prospetta all’orizzonte e l’isolamento da parte della comunità internazionale».

Una posizione di forza dettata anche dalla campagna militare che, a detta di alcuni osservatori, sembra però procedere meno velocemente del previsto. È così?

«Contrariamente alla narrativa attuale sul fronte occidentale, credo che la Russia non sia in grossa difficoltà o almeno non lo sia stata in questi primi giorni di conflitto. La dottrina militare russa, che deriva da quella sovietica, oggi alleggerita e strutturata, prevede un avanzamento di circa 30km al giorno su un terreno in cui vi è una “media resistenza”. La Russia ne ha fatti molti di più: solo nel primo giorno è penetrata in territorio ucraino, di 80-100 km. Dal canto suo l’Ucraina non ha adottato la tecnica di combattimento denominata di “contrasto dinamico”. Non è indietreggiata combattendo, ma ha atteso – in capisaldi di difesa ben organizzati – le forze russe. Quest’ultime sono state disturbate da alcuni elementi di avanguardia ucraini senza peraltro essere rallentate di molto. Circa la conquista dei centri abitati serve ricordare che la dottrina russa non ne prevede la conquista almeno con la tipologia di truppe impiegate in Ucraina. Dire che l’avanzata russa sia stata fermata alle porte delle città è una valutazione errata. L’obiettivo russo era quello di circondare i centri abitati e con piccole puntate offensive andare ad abbattere più che il sistema di difesa ucraino, il morale dei difensori in vista di una resa».

Nell’attacco russo all’Ucraina sono riapparsi i carri armati. Non se ne vedevano da anni…

«Esatto. Questa è la prima volta, dal 1945, che divisioni corazzate vengono schierate sul campo di battaglia in un confronto tra Stati, tra eserciti. Questo fatto ci riporta a scenari da guerra fredda, con l’avanzata delle truppe corazzate dell’allora Patto di Varsavia, verso le pianure europee. Oggi il terreno calpestato dai cingoli dei carri armati è quello ucraino. Ma non mi stupisco perché questo tipo di operazione militare di occupazione non poteva avvenire diversamente. I conflitti di questi ultimi anni sono stati per lo più asimmetrici, dove a unità di fanteria pesante o leggera si contrapponevano gruppi insurrezionali. Oggi si fronteggiano eserciti contro eserciti, ed è la prima volta che accade dal 1945».

Una tattica che ha funzionato spingendo gli ucraini al negoziato…

«Oggi possiamo dire che c’è la disponibilità ucraina a dialogare vista la partecipazione al colloquio in Bielorussia. I negoziati, però, come abbiamo visto ieri, non si concludono il primo giorno. In Afghanistan sono andati avanti per 10 anni. Ciò che emerge in questa fase è un’Ucraina che cerca una soluzione negoziale per evitare il collasso del suo sistema difensivo. Il suo esercito, infatti, non è in grado di attuare una ‘reazione dinamica’, cioè un contrattacco alla Russia, poiché manca un retroterra strategico e le sue unità militari, come detto, sono concentrate in capisaldi di difesa. Impossibile in queste condizioni respingere fuori dei confini l’esercito russo. Dall’altro lato il fronte interno russo scricchiola: Putin non sembra trovare più un grande consenso all’interno del suo entourage e dell’oligarchia economica che lo sostiene, timidamente critica verso il suo operato. Questo potrebbe essere un primo allarme che potrebbe indurre il presidente russo ad abbassare le sue ambizioni iniziali senza per questo rinunciare ad ottenere un vantaggio da questa guerra da spendere in politica interna».

Quale potrebbe essere un esito realistico del colloquio di Gomel?

«Credo che il Governo ucraino sarà chiamato a pagare il prezzo più alto. Putin ha come obiettivo la conquista di buona parte dell’Ucraina dell’Est, al di là del fiume Dnepr, che segna un confine naturale. Difficile che Putin possa ottenere un tale risultato ma con buona probabilità potrebbe estendere la propria influenza ben oltre gli attuali i confini delle due auto-proclamate repubbliche filo-russe del Donbass che ha già riconosciuto, Donetsk e Luhansk, e ben al di là della Crimea. Due le ipotesi che si possono fare in questo momento: la creazione di una mezzaluna uniforme senza soluzione di continuità sotto controllo russo dalla Crimea fino al nord, fino alla Bielorussia. L’altra ipotesi è il trasferimento del Governo ucraino al di là del Dnepr limitando di fatto la sua autorità ad una parte del Paese. Escluderei una spartizione dell’Ucraina che non verrebbe accettata internazionalmente. In ballo anche la nascita di un governo ucraino filorusso. In questo caso bisognerà capire quanto la comunità internazionale vorrà coprire le spalle a Zelensky che potrebbe anche essere sacrificato per la stabilità dell’area».

Putin ha ordinato lo stato di massima allerta delle forze strategiche di deterrenza nucleare. Che impatto potrebbe avere questa decisione sui negoziati e sul prosieguo dei combattimenti? Anche la Nato possiede ordigni nucleari…

«Putin ha fatto rinascere l’idea e la paura di un conflitto nucleare. L’arma nucleare, in una situazione di parità, con il nemico dotato anch’esso di ordigni nucleari, è un’arma di deterrenza. La naturale conseguenza è, come prevedono le dottrine militari, la rappresaglia, vale a dire la consapevole risposta da parte dell’avversario. Reputo molto improbabile, direi impossibile, l’utilizzo dell’arma nucleare. Credo sia uno spauracchio agitato da Putin, prima dei negoziati con l’Ucraina, per mettere sul tavolo negoziale due elementi forti: la presenza fisica in territorio ucraino dell’armata russa e lo stadio di assedio imposto alle principali città; la minaccia dell’uso nucleare per cancellare ogni tipo di resistenza e per limitare l’inserimento di soggetti terzi, come la Nato. Uno spauracchio che non fa paura agli attori che sostengono l’Ucraina, come ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg».

Come vede la Cina in questa fase: grande assente o convitato di pietra?

«Credo che la Cina stia giocando benissimo le sue carte osservando la reazione internazionale davanti all’azione unilaterale di una grande potenza, oggi la Russia contro l’Ucraina, domani la Cina contro Taiwan. La vicinanza alla Russia e anche il supporto in termini commerciali rafforza un asse che si sta consolidando sempre di più e che non è tanto a favore della Russia, ma della Cina stessa. In un potenziale confronto Usa-Cina, sapere di avere le spalle coperte dalla Russia è un vantaggio per la Cina. Il Paese di Xi Jinping non ha nessuna intenzione di farsi coinvolgere, ma garantisce comunque  supporto alla Russia».

Chi potrebbe giocare il ruolo di mediatore?

«Israele vanta buoni rapporti con l’Ucraina e con la Russia. Si stima che negli ultimi 50 anni dalla Russia siano partiti per Israele circa un milione di ebrei russi. Lo stesso presidente ucraino Zelensky è ebreo. Non è un caso, poi, che tre settimane fa Israele abbia astutamente evitato di rispondere alla richiesta dell’Ucraina di avere sistemi antimissili (Iron Dome). In questo modo non si è schierato, mantenendo quell’equidistanza necessaria per sedersi al tavolo come mediatore. Se accadesse sarebbe una gran mossa».