Editoriali

La guerra, tra incoscienza, angoscia e speranza

di Lauro Paoletto

Abbiamo superato i sette mesi di guerra e il conflitto iniziato con l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina non accenna a fermarsi. La tensione continua a salire e con essa il rischio, sempre più reale, di una escalation dagli esiti sicuramente nefasti.

Domenica scorsa papa Francesco ha dedicato l’intero Angelus a un ennesimo, accorato appello alle parti in campo perché giungano, quanto prima, almeno a un cessate il fuoco. Nessuna confusione o nessuno sconto nell’appello del Papa che ha condannato «l’annessione delle quattro regioni ucraine – Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson» e ha ricordato come vada garantito «il rispetto della sovranità e integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze».

Tutto questo, fa capire il Santo Padre, non si può ottenere con le armi. «Questa terribile e inconcepibile ferita dell’umanità – ha detto il Pontefice -, anziché rimarginarsi, continua a sanguinare sempre di più, rischiando di allargarsi. Che cosa deve ancora succedere? – si è chiesto Francesco – Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo una distruzione?»

Con la lucidità e l’incisività che conosciamo, il Papa ha riassunto la drammaticità della situazione e la sua estrema complessità. C’è un aggressore e un aggredito. C’è chi ha infranto le regole del diritto internazionale e chi ne chiede il ripristino. Ma questi mesi e le migliaia di morti che ci sono stati e con essi le devastazioni di intere città, testimoniano che la risposta non può venire dalle armi. Man mano che i giorni passano è sempre più evidente che se non ci sarà un’azione internazionale decisa e ad ampio raggio (che vada dunque ben al di là dello schieramento della Nato e che coinvolga davvero altri Paesi quali innanzitutto la Cina) i due contendenti non si fermeranno fino a che uno non avrà vinto. E la vittoria dell’uno è inaccettabile per l’altro e non appare realisticamente possibile. L’esercito ucraino sta intanto avanzando e respingendo le forze di Vladimir Putin. Il presidente della Federazione russa rischia così di essere spinto ancora di più ad alzare il livello del conflitto facendo ricorso alle armi nucleari tattiche. Si può sperare che la soluzione arrivi dall’interno della Russia con un colpo di Stato che destituisca il capo del Cremlino. È un’ipotesi tutta da verificare, con poi il rischio che a prendere il posto al Cremlino siano gli ultranazionalisti che in questi giorni chiedono a gran voce l’uso dell’arma nucleare.

In tale quadro estremamente gravido di minacce se qualcuno volesse ignorare il pericolo c’è la “questione gas” che incombe sulle famiglie e sulle aziende del Paese a ricordarcelo. Oggi abbiamo fisicamente meno gas di quanto ci serva. E quello che avremo costerà caro. Tra poco è probabile che dovremo scegliere come procedere al razionamento.

Non esistono dunque soluzioni semplici e a basso costo a porta di mano. Anche per tale ragione è decisivo che l’Europa si mostri unita e assuma una propria autonoma iniziativa (i nostri interessi non coincidono sempre con quelli degli Stati Uniti) per far breccia tra i contendenti e ottenere che le armi tacciano. Questo sul versante politico e diplomatico.

Per chi assiste inerme e angosciato a tutto questo e crede che la pace sia un dono del Padre e vada implorata incessantemente, va rinnovato come ci ha insegnato il fraticello di Assisi che abbiamo invocato pochi giorni fa, l’invito a non smettere di pregare. «Con San Francesco – ha ricordato il cardinale Zuppi – crediamo che il lupo terribile della guerra sia addomesticato».