Intervista

«La felicità? Avere sogni e lavorare per realizzarli»

di Margherita Grotto

«Avere sogni, obiettivi e lavorare per realizzarli». È questo uno degli ingredienti della “ricetta della felicità” di Sammy Basso, il 22enne di Tezze sul Brenta più longevo al mondo tra gli ammalati di progeria, conosciuta anche come sindrome dell’invecchiamento precoce. E Sammy, di obiettivi ne ha, specialmente ora che ha ottenuto la laurea treinnale in Scienze Naturali (110 e lode, più un “Maria, l’è sta brao” dalla nonna), con una tesi su una terapia innovativa per curare la progeria. «Ora farò la magistrale in biologia molecolare – racconta -. Tra due anni mi immagino in laboratorio, perché è dal 2000 che vedo ricercatori appassionati e laboratori. ».

Sammy, sono stati giorni intensi. Come ti senti?

«Sono ancora incredulo, ma felicissimo, perché è andato tutto bene. È stata un’esperienza incredibile, ero agitato, ma mi sono goduto il momento. Mi è piaciuta proprio la discussione. Poi con gli amici è stato fantastico».

Come hai festeggiato?

«Mi hanno fatto il papiro e travestito da arabo, perché c’è questa storia che ho del sangue ebraico. Mi aspettavo mi travestissero da topo di laboratorio, invece mi hanno stupito. Poi mi hanno lanciato addosso di tutto: dalle salse più disgustose in commercio al cibo per cani,… puzzavo in maniera terribile, ma ero felicissimo. Più mi sporcavano, più ero felice. Mi hanno infine lavato in mezzo a un campo con caraffe di acqua fredda all’una e mezza di notte».

Di cosa trattava al tua tesi?

«Con il titolo « Novel use of Crispr-Cas9 System as a therapy for Hgps”, ho parlato di una nuova terapia messa a punto fra Spagna e Italia (la parte italiana l’ho fatta io) per contrastare la sindrome da invecchiamento. In questo studio c’è anche il sostegno della nostra associazione A.I.Pro.Sa.B. Crispr-Cas9 è una tecnica di ingegneria genetica nuovissima, attraverso la quale si va ad agire direttamente nel DNA. Io l’ho sperimentata nella progeria. È stata applicata poche volte in vivo ed è una delle prime tecniche che va ad agire a livello sistemico e non in un organo specifico».

Tornando al tuo percorso di laurea, hai dovuto seguire le lezioni da casa. Come è stato il rapporto con professori e compagni?

«Ho studiato da casa, ma ero presente ai laboratori – dove ho sezionato seppie, riconosciuto le piante, aperto i semi e analizzati al microscopio,… – e agli esami, dove ho condiviso l’ansia pre-prova con i miei compagni. I professori mi salutavano sempre in streaming e se avevo domande erano disponibili via mail. Con i compagni sono sempre rimasto in contatto grazie ai mille modi digitali possibili oggi. Con loro sono nate bellissime amicizie».

In questi anni di esperienze forti ne hai fatte: un viaggio negli Usa diventato documentario su Nat Geo People, un’ospitata a Sanremo… Quale ricordi con più piacere?

«Ho fatto un sacco di esperienze incredibili, ma il viaggio Coast to Coast in America è stato davvero pazzesco. Lì hanno trovato sintesi molti aspetti: l’avventura, lo stare insieme, l’amicizia, la famiglia, la troupe che è diventata famiglia e la serenità».

E a livello di personaggi incontrati, c’è qualcuno che ti è rimasto nel cuore?

«Anzitutto devo dire che le persone più importanti per me sono i miei genitori e gli amici, perché non riuscirei a immaginare la mia vita senza di loro. Come personaggi incontrati nelle mie esperienze ricordo con emozione il regista James Cameron, il padre dei Simpson Matt Groening, e un capo navajo».

Con la tua autoironia trasformi la diversità in un punto di forza. Che messaggio stai dando alle persone con questo tuo modo di fare?

«Mi sento l’ultima persona in grado di poter dare consigli e messaggi agli altri. Semplicemente vivo al meglio. Non come mi sembra più felice vivere, ma come mi sembra più giusto. Ciascuno dalla mia esperienza si prende quello che vuole, quello che è più nelle sue corde, e tralascia il resto. Io sono consapevole di avere un sacco di difetti e di sbagliare molto. Quello che mi sentirei di dire è di prendersi con più leggerezza e prendere con leggerezza anche la vita. Serietà sì, seriosità no. Si può ridere di una cosa solo quando la si capisce appieno, sennò è mancanza di rispetto. Poi consiglio di guardare le cose positive di ogni aspetto e di usare la logica».

Ti riferisci anche alla tua esperienza. Che cos’è la progeria per te?

«È evidente che è una malattia e, come tale, la riconosco, ma è una piccola parte di quello che sono. Non è la più importante, anzi… ma c’è e mi ha fatto fare molte esperienze che gli altri non fanno. Non cambierei mai il mio passato. Non sceglierei di nascere senza progeria, perché è stata anche questa che ha permesso di far nascere l’associazione, di farmi conoscere molti ricercatori. Grazie a lei ho fatto un sacco di esperienze e ho conosciuto tanti di quelli che sono i miei migliori amici. Non ci rinuncerei… Per il futuro è diverso, perché è ancora tutto da scrivere».

Come vivi la tua spiritualità?

«La fede è la parte più intima e più vera di me stesso. Se dovessi descrivermi e lasciassi fuori la fede è come se non avessi detto niente, perché tutto si fonda su questo. E se mancano le fondamenta, crolla tutto. Coltivo la mia spiritualità sia nel rituale che personalmente, a livello più intimo. Ogni mia decisione, anche quella di fare un percorso scientifico, arriva dalla fede».

E per te qual è la ricetta della felicità?

«La felicità è vaporosa. Definirla è impossibile. Ma apprezzare le cose che diamo per scontate può renderci felici. Anche se tutto non va come vorresti, uscire a farsi una birra con gli amici ti ricorda che anche le piccole cose danno felicità. E poi non dimentichiamoci di avere sogni, obiettivi, di lavorare per realizzarli».