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Il 2 febbraio presentazione al Centro Onisto di Vicenza di "Dio abita il nostro amore", nuovo strumento di preparazione catecumenale al matrimonio

La diocesi si “aggiorna” sul fidanzamento

Don Flavio Marchesini: «Molte coppie vivono insieme, altre hanno già figli. Non parliamo più, quindi, di fidanzati, ma di nubendi»
di Lauro Paoletto

Il fidanzamento non è più quello di una volta. È profondamente cambiato e il matrimonio non è, da tempo, un esito naturale di tale cammino. La diocesi di Vicenza, a partire da questa situazione e dalle novità di approccio introdotte dall’esortazione apostolica di papa Francesco ‘Amoris Laetitia’ (2016), il corrente sabato 2 febbraio (inizio ore 9 al Centro Onisto, Borgo S. Lucia, 51 a Vicenza) presenta, con il vescovo Beniamino, la nuova pubblicazione “Dio abita il nostro amore – Preparazione catecumenale al sacramento del matrimonio”.

Frutto di quasi tre anni di lavoro dell’équipe dell’Ufficio di pastorale per il matrimonio e per la famiglia, il nuovo sussidio è uno strumento per preti e comunità parrocchiali, coppie animatrici e possibili relatori di proposte per fidanzati, “che preferiamo chiamare nubendi” (termine utilizzato anche in Amoris Laetitia Ndr), cioè coloro che si preparano alla celebrazione delle nozze e magari vivono insieme già da qualche tempo. L’obiettivo è offrire un orizzonte comune a chi si prende cura della formazione per fidanzati. È quello che ci spiega don Flavio Marchesini, direttore dell’Ufficio di pastorale per il matrimonio e per la famiglia, che abbiamo incontrato alla vigilia di questo importante incontro.

«La proposta che facciamo è “catecumenale perché parte dall’esperienza che le coppie vivono; tiene conto che molti vivono già assieme, qualcuno è già genitore e che dunque non è e non può essere un trasmettere contenuti dall’alto, bensì a partire dall’esperienza che si vive e dentro la quale ci si chiede quale può essere il posto di Dio. Uno degli obiettivi del cammino è aiutare le coppie animatrici a entrare in questo orizzonte e a percepirsi in stato di costante formazione. Le coppie animatrici hanno un ruolo chiave, perché, vivendo il matrimonio, sono chiamate a essere testimoni di come si possa vivere felicemente l’unione e di come ci si vuole bene, come ci si perdona, come si vive la sessualità nella coppia».

La proposta tiene conto del profondo cambiamento che ha interessato il fidanzamento…

«È cambiato l’approccio intero al matrimonio. I giovani, molto spesso, arrivano alle relazioni di coppia senza una adeguata educazione affettiva. Le famiglie trovano molte difficoltà su questo punto e non riescono a svolgere adeguatamente il loro compito. Si aggiunga poi la perdita del senso comunitario del matrimonio, non più percepito importante, mentre prevale una visione solitaria. Per tali ragioni è scomparso il fidanzamento, ma anche la celebrazione sia civile che religiosa. C’è dunque una realtà diversa di persone che abbiamo identificato come “nubendi».

Come si è arrivati a un contesto così diverso nonostante la Chiesa, in passato abbia investito tanto sulla formazione, sul matrimonio e sulla famiglia?

«La Chiesa ha profuso molte energie nel tentativo di salvare sia il senso comunitario sia il nesso tra fede e matrimonio. Questo è rimasto vero per alcune coppie, ma non per tutte, forse perché anche nelle comunità cristiane è andato in crisi il senso comunitario».

Al centro del lavoro c’è “Amoris Laetitia”. Che significato ha questo documento per la nostra Chiesa?

«Il pensiero ispiratore di papa Francesco (espresso anche in “Gaudete et exultate”), è che il matrimonio è una autentica via per vivere in pienezza il Vangelo. La vera novità viene indicata in Cristo come modello di amore per gli sposi. Diventa evidente il riferimento a una fede che non è un fare qualcosa, ma un amarsi in Cristo e come Cristo ci ama, anche quando non viene citato direttamente. In questo gli sposi devono essere i protagonisti dei percorsi formativi. Per questo stiamo lavorando con un nuovo metodo che sia più di trasmissione, di testimonianza dagli sposi ai nubendi, che non di relazioni frontali».

Perché oggi registriamo questa emergenza dell’educazione affettiva?

«A parte la Chiesa non ci sono altri luoghi che fanno educazione affettiva. C’è qualche timida esperienza a livello di scuola, ma manca, anche nella pastorale giovanile, questo tipo di educazione. Lo riscontriamo a livello di coppie che vanno in crisi, dove spesso emerge quello che il Papa definisce un “analfabetismo affettivo”. Il tempo più adeguato per la preparazione remota del matrimonio è la giovinezza; per questo auspichiamo di collaborare più intensamente con la pastorale giovanile».

Vita spirituale e vita di fede come intersecano la vita dei due nubendi?

«In due modi: la cura della propria interiorità, per una comunicazione autentica anche nei momenti di conflitto e la decisione condivisa, anche se iniziale, di ispirarsi a Cristo come modello di amore. Partiamo dalla loro esperienza per fare emergere come il loro desiderio di amare trovi corrispondenza nella proposta di Cristo. In tal senso la cura della vita interiore prepara il terreno per una proposta significativa di evangelizzazione. I nubendi sono persone che già vivono insieme e che vogliono qualcosa di più, desiderano capire cosa voglia dire questo loro stare assieme e in tale prospettiva sono aperti a una proposta di incontro con Cristo e al dono dello Spirito. Il metodo scelto introduce a un confronto con la proposta cristiana intesa in senso aperto e dinamico».

Come si aiuta a far crescere la consapevolezza della dimensione comunitaria del rapporto a due?

«Occorre riconoscere che la tentazione dell’individualismo è forte. Così finiamo per ricercare nell’altro felicità e soddisfazioni per se stessi, senza un adeguato impegno alla felicità e soddisfazione dell’altro. Desideriamo che la proposta dei percorsi aiuti i giovani a sperimentare la bellezza di pensare insieme, di condividere e cercare insieme quei significati e quegli atteggiamenti che possono favorire la vita di coppia. Per questo la formazione non va vissuta in modo individualistico (come può accadere con il metodo della sola relazione frontale), ma la stessa preparazione va vissuta come un creare amicizia, un creare uno scambio che potrà poi continuare nel gruppo sposi o in altre forme di amicizia».