Cura

La cura e il nostro futuro Oltre la cultura dello scarto

di Leopoldo Sandonà

Francesco ricorda come ci stiamo anestetizzando rispetto al dolore, provato a livello personale, comunitario e sociale durante la pandemia.

Fin dall’inizio del Pontificato, Francesco ha insistito sul tema della cura. Il 19 marzo 2013, presentandosi al mondo ed insieme celebrando S. Giuseppe, ne ha fatto emblema di cura nascosta nei confronti di se stessi, degli altri, del mondo. Non sorprende quindi la presenza massiccia del termine cura in Fratelli tutti. Prima però che essere una semplice ricorrenza semantica, è senza dubbio un atteggiamento che orienta tutto il testo: dall’apertura sul mondo chiuso che rappresenta la situazione concreta, come il cambiamento climatico in Laudato si’, emerge la necessità di cura che si incarna anzitutto nella figura del Buon Samaritano descritta nel secondo capitolo. Se i capitoli dal quarto all’ottavo trovano una costante presenza del termine o di alcune varianti dello stesso, intrecciati con dialogo e amicizia sociale, appare significativo il capitolo terzo Pensare e generare un mondo aperto che mostra come per prendersi cura concretamente sia necessaria una conversione dello sguardo e dell’intelligenza. Non basta gettarsi generosamente verso gli altri se non si definisce anche sul piano del pensiero e della progettazione del futuro un mondo curato. Nello stesso tempo, in modo circolare, questo sguardo di cura rimane inefficace se non passa dalle ferite sanate, dal trasposto nell’alloggio e dalla cura che continua il giorno seguente, come dice la parabola evangelica. Il sapere e il fare vanno assieme e si nutrono reciprocamente.

Di fronte a un mondo chiuso, la cultura della cura si oppone alla cultura dello scarto e dell’indifferenza. Certamente ci sono forze che determinano consapevolmente lo scarto, ma non va dimenticato il meccanismo inconscio e automatico che genera disuguaglianze: la prospettiva del breve termine, della consumazione utilitaristica e narcisistica di tutto e tutti, di contro a una cultura che sa attendere, seminare, in prospettive di lungo termine. «Tale cura non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci» (n. 17). Nello stesso tempo la cura non è dedizione senza senso verso gli altri, ma implica anche prendersi cura di noi stessi e della nostra dimora: «abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune» (n. 17). Come non saranno i nostri vicini ad aiutarci nell’immediato, ma spetta ad ognuno di noi prenderci cura della nostra casa, così anche globalmente non possiamo sempre riferirci agli altri come alibi per la nostra inattività. L’immagine del Buon Samaritano, apparentemente molto conosciuta, colpisce perché non solo egli si cura del viandante ferito, ma invita l’albergatore ad aver cura di lui. La cultura della cura genera a propria volta cura, mentre l’indifferenza di chi volge lo sguardo altrove genera ulteriore distacco.

Francesco ricorda come, nonostante i molti progressi della società, ci stiamo anestetizzando rispetto al dolore, forse anche rispetto alla sofferenza provata a livello personale, comunitario e sociale durante la pandemia. Oltre a richiamare ognuno alla reazione – «Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli?» (n. 64) – è fondamentale riconoscere i frutti avvelenati di un’indifferenza divenuta sistemica: «l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada» (n. 71).

Il peccato singolare e personale diviene struttura in cui gli ingranaggi sono mortiferi e in cui lo scarto è prodotto in serie. Dalla prossimità invece può emergere una cura in grado di generare un mondo diverso a livello globale. Come curiamo la nostra dimora, la nostra città, gli ambienti che viviamo quotidianamente, così siamo chiamati a curare globalmente il mondo, partendo dalla prossimità dei più poveri, anziani, abbandonati, di ogni donna e bambino che soffre. Non è senza importanza anche la presenza di termini contigui con cura come assicurare o trascurare. Più volte il termine assicurare compare nell’Enciclica. Siamo avvezzi all’idea che essere assicurati voglia dire essere al sicuro, cullarci nelle certezze. Qui la prospettiva è invece rivolta al futuro. La cura è generativa, perché assicura la possibilità del futuro e apre strade inedite. La trascuratezza, o incuranza, finisce invece, anche laddove non sia immediatamente figlia di un’intenzione negativa, di portare elementi di indifferenza e quindi alla lunga di emarginazione.  

Nel quadro della pandemia, che ci ha rivelato la quantità infinita di curati, l’eroismo dei curanti e la fragilità dei sistemi di cura, il richiamo dell’Enciclica può interrogare rispetto ad un allargamento del paradigma della cura, troppo spesso identificato con la prospettiva della terapia, capace invece di rappresentare una medicina solida e insieme vasta alla malattia dell’incuranza che diviene sistema di indifferenza.

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