Editoriali

La comunicazione nell’era Draghi: meno romantici e più realisti

di Lauro Paoletto

Il Governo Draghi è in carica dal 13 febbraio. Il nuovo premier ci aveva avvertito che tra le novità del nuovo esecutivo ci sarebbe stato un cambio di registro comunicativo con una maggiore sobrietà e una comunicazione che si sarebbe concentrata più che sulle promesse, sulle cose realizzate.

Ebbene non sono passate neanche due settimane e c’è già chi si lamenta che Draghi non comunica, o comunque comunica troppo poco.

Mi ricorda chi ha problemi di salute perché ha mangiato troppi zuccheri e si lamenta perché il medico lo ha messo a dieta.

Ma quella che abbiamo avuto fino ad ora era una comunicazione utile alla vita del Paese?

Ad oggi 25 febbraio sappiamo cosa succedere quando scadrà il decreto il 6 marzo. In precedenza dovevamo attendere la conferenza stampa del premier la sera prima.

Ci manca questo? Oppure ci mancano gli show di Renzi o Salvini? Riteniamo essenziali gli interventi di Zingaretti a favore della D’Urso? Ancora abbiamo nostalgia degli annunci trionfali dei 5Stelle che dal balcone di Palazzo Chigi ci dicevano che la povertà era sconfitta?

Con il nuovo stile dovremo forse occuparci (finalmente) dei problemi veri del Paese, la realtà sarà quella cruda con cui ciascuno di noi fa i conti e non la narrazione creata ad arte da qualche spin doctor o uscita da uno dei tanti talk show. Anche noi giornalisti dovremo un po’ ripensare il nostro mestiere. Anche Massimo Gramellini che non riesce a darsi pace di questo cambio.

Certo, se questa è la comunicazione dell’era Draghi non c’è dubbio che ci emozioneremo e ci esalteremo di meno. Insomma diventeremo un po’ meno romantici e un po’ più realisti.

Ma siamo sicuri che sia un male?

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